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Prima parte - UN MONDO IN CONNESSIONE
L'UNIVERSO DI RIFERIMENTO
Capitolo 1 - Un prodotto atipico
“IL FILM È UN’ARTE,
IL CINEMA È INDUSTRIA”
Luigi Chiarini,
docente universitario, critico e regista

Come la maggior parte dei beni culturali, l’opera cinematografica ha un duplice dna, artistico ed economico. È infatti un prodotto intellettuale in quanto unico, originale, con forti componenti artistiche e creative; è altresì riproducibile ennesime volte, destinata alla più ampia diffusione possibile e quindi a un consumo di massa. “Esistono tre linguaggi universali”, spiegava Frank Capra, regista palermitano di nascita, artefice oltre che della propria anche delle fortune di Hollywood, “e oltre la matematica e la musica c’è solo il cinema”.
In connessione con il mondo, il cinema incorpora materia e spirito ed è a sua volta un mondo di connessioni. Più che un prodotto che si consuma nel senso letterale del termine, è in realtà un media che trasmette valori e comunica contenuti; è un’occasione di esperienza che lo spettatore (pur non avendo la possibilità di presumere il “senso” e le sensazioni che ne ricaverà prima dell’acquisto) decide di vivere per la sua capacità di dare significati. “Non c’é alcuna forma d’arte come il cinema”, sosteneva l’autore svedese Ingmar Bergman, “per colpire la coscienza, scuotere le emozioni e raggiungere le stanze segrete dell’anima”.
Il film appartiene a pieno titolo alla categoria degli experience goods, che si differenzia da quella dei search goods in cui rientrano gli altri generi di gross market per i quali il pubblico decide cosa comprare in base a conoscenze precedenti, dal momento che nel caso delle merci di largo consumo le motivazioni d’acquisto principali risalgono a informazioni e riferimenti già acquisiti e sufficienti ad avvalorarne la scelta.
Con la rilevante particolarità (soprattutto in confronto ai tradizionali articoli da supermercato) che ogni pellicola fa storia a sé e quindi, nella sua natura di bene esperienza, il cinema deve riproporsi ogni volta, quotidianamente, di riuscire a convincere lo spettatore potenziale a investire risorse economiche e tempo per un bene di cui egli non recepisce la qualità se non a consumo avvenuto.¹
In quanto prodotto unico, a progettazione originale, ogni opera rappresenta inoltre un prototipo e per questo la cinematografia viene spesso definita “industria di prototipi”. Ogni film presenta in effetti caratteristiche peculiari e irripetibili, a elevato contenuto di lavoro specializzato ma anche ad alta intensità di capitale, dove sono in gioco fattori sempre diversi. E proprio la grande incidenza della componente creativa e umana rende il processo di produzione teoricamente e tecnicamente non standardizzabile, pregiudicando la possibilità di conseguire i risultati delle cosiddette economie d’esperienza (vantaggi economici derivanti dall’implementazione dei processi produttivi volti alla realizzazione di merci standardizzabili).

¹ Severino Salvemini: “Tra cultura e mercati: cenni sull’industria cinematografica”, Economia della cultura,
numero 1-1992, pagine 49-55, e “Il cinema impresa possibile” (a cura di Severino Salvemini), Edizioni Egea, Milano 2002, pagine 57-60.

 

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