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Seconda parte - C'ERA UNA VOLTA LA CELLULOIDE
QUALI ATTIVITA' E RISORSE
Capitolo 3 - Sul fronte dell'offerta
La produzione integrata
Insieme con quelli dell’animazione e dei documentari vi sono però almeno altri quattro segmenti di attività che integrano il vasto parco di società e aziende di tutto il comparto, pur non rientrando solitamente nel campo visivo delle rilevazioni e delle analisi statistiche sul mercato del consumo cinematografico con le quali viene costantemente monitorata la produzione filmica propriamente detta: i segmenti dei cortometraggi, dei film per la tv, dei film hard e quello delle industrie tecniche. Tre di essi – al pari di cartoon e “doc” – si distinguono per la tipologia dei canali di diffusione; il quarto invece è trasversale all’intero complesso della produzione.

ANIMAZIONE

Il cinema d’animazione italiano ha ormai una storia sessantennale. Sono infatti del 1949 – a distanza di 41 anni dal prototipo “Fantasmagorie” della durata di due minuti che il disegnatore francese Emile Cohl proiettò a Parigi il 17 agosto – i due primi lungometraggi nazionali: “I fratelli Dinamite” della Pagot Film River dei fratelli Nino e Toni (Antonio) Pagot, che idearono appunto i personaggi dei fratelli Din, Don e Dan, e “La rosa di Baghdad” di Anton Gino Domenighini. Da allora i cartoni animati italiani hanno conservato un ruolo di primo piano nell’ambito degli spettacoli per bambini (e non solo), soprattutto attraverso la diffusione del mezzo televisivo.
Molto utilizzata in campo pubblicitario, la tecnica d’animazione trova tuttora il suo principale sbocco sui mercati televisivi – in particolare con canali dedicati satellitari e digitali in pay tv – e home video, con una prevalenza dei prodotti statunitensi (Walt Disney e Marvel) e giapponesi, ma con una crescente incidenza della produzione nazionale, convertitasi molto presto, dal 1982, alla computer grafica e dal 1995 al 3D. Tutto italiano è ad esempio lo straordinario successo della Rainbow di Iginio Straffi, che ha lanciato in tutto il mondo le fatine Winx creando in cinque anni un gruppo da 60 milioni di euro di fatturato. In complesso si stima che almeno 100 imprese operano oggi nel segmento dei cartoon sui versanti della produzione, della distribuzione sia interna sia estera per un fatturato di 100 milioni di euro (20 dei quali da committenza televisiva), cui si collega tuttavia un’attività di merchandising (zainetti, pupazzi, musiche, agende e gadget) per circa altri 20 milioni.

DOCUMENTARI

Secondo quanto è dato desumere dal Prc-Pubblico registro cinematografico gestito dalla Siae (Società italiana autori ed editori) in Italia vengono realizzati in media 300 documentari all’anno. In pratica, 100 lavori aggiuntivi al tradizionale carnet annuo di pellicole nazionali, che l’enfasi sulla produzione filmica relega in una specie di cono d’ombra, con l’implicito e tacito riconoscimento di una loro intrinseca condizione di opere minori. E questo nonostante che molti dei maggiori e qualificati produttori indipendenti del cinema nazionale siano fra gli operatori più attenti e attivi nella stessa area dei cosiddetti “doc” e vi impegnino risorse significative come documentato da un’approfondita ricerca condotta da IsiCult (Istituto italiano per l’industria culturale) per conto di Doc/it, l’Associazione documentaristi italiani fondata a Milano nel 1999 in cui confluiscono 120 autori e 80 imprese.17
In verità, più che di opere minori per via della durata e dei budget di realizzazione normalmente – anche se non necessariamente – assai inferiori, si tratta di creazioni diverse per la struttura della narrazione, volta a documentare la realtà più che a svolgere un intreccio, una trama, che è invece centrale in ogni film. Ovviamente differenti sono inoltre le caratteristiche dei contenuti, distinti per consuetudine internazionale in due principali categorie: civiltà e natura. La grande maggioranza dei documentari, pari al 79%, appartiene alla prima, dove vengono compresi i filmati di carattere sociale (52,6%), di arte e cultura (13,2%), di antropologia (7,9%) e scientifico (5,3%), a fronte del 15,8% attribuibile alla seconda, che racchiude storia e archeologia (13,2%) e natura e animali (2,6%), mentre non risulta catalogabile il restante 5,2%.18
È peraltro proprio in ragione della loro tipologia che i cosiddetti “filmati” hanno quali principali committenti i network televisivi terrestri e satellitari, free e a pagamento, con una programmazione che sulle sole reti generaliste – più agevolmente rilevabili – supera la quota di 2 mila ore all’anno, soprattutto all’interno di programmi d’informazione e divulgazione (1.300 ore) e con minore frequenza in forma autonoma (500 ore) o quali supporto di trasmissioni didattiche (400 ore).19
Nella veste congeniale, per definizione, di film industriale il documentario ha tuttavia un secondo importante mercato di sbocco nella committenza sia privata delle industrie e dei grandi gruppi di servizi sia pubblica rappresentata da amministrazioni ed enti, quali in primo luogo le amministrazioni locali, a scopo promozionale. Alla realizzazione di documentari sono per esempio riservate le risorse più consistenti delle Film Commission regionali e territoriali, dopo quelle disposte a favore della produzione filmica propriamente detta. La distribuzione nelle sale dell’esercizio risulta invece appannaggio di pochi, selezionati “doc”: in media 15 all’anno, che totalizzano circa 265 mila presenze. Con un valore della produzione complessivo calcolato in 60 milioni di euro – 20 dei quali da committenza dei tre principali broadcaster nazionali – il segmento vede fra i principali operatori Vivo Film, che ha all’attivo negli ultimi cinque anni 17 produzioni, Fandango (15), Palomar (15), Suttvuess (11), Komedì Production (10), Zelig (10) e Stefilm international (8), oltre alla Rai con 52 realizzazioni da parte di Rai Cinema (13), RaiTre (10), Rai Educational (9), RaiTv (7), Rai Teche (6), RaiSat (4), Rai International (2), Rai Trade (1), e all’emittente della Svizzera italiana Rtsi con 10.20

CORTOMETRAGGI

Non sempre la distinzione dei documentari e degli stessi cartoon dai cortometraggi appare scontata. A volte si tende a estenderne la definizione anche ai film pubblicitari e ai video e alle clips musicali. Ma nell’accezione internazionale più consolidata e professionalmente più diffusa quello dei cosiddetti corti è un segmento specifico della produzione cinematografica, che identifica opere brevi – la cui durata non supera di norma i venti o trenta minuti (la lunghezza della pellicola varia da pochi metri a 900) – a tipica struttura filmica e con un proprio intreccio narrativo, come d’altra parte conferma l’assegnazione di uno specifico stanziamento in quota ai contributi Fus per il cinema.
Le possibili incertezze d’identificazione dei generi sembra in realtà dipendere dalla sostanziale sovrapposizione dei canali di diffusione delle opere, che convergono comunemente nelle reti televisive e nella committenza pubblica e privata, dove risultano ancora rilevanti l’interesse e le risorse dedicate dalle Film Commission regionali e locali alla loro produzione. Anche la realizzazione dei cortometraggi vede peraltro impegnate, insieme con alcune decine di operatori che vi si dedicano in maniera esclusiva, vari produttori delle case più attive nel canale primario del comparto.
Il cortometraggio italiano conta una media di 105 titoli in uscita ogni anno (per l’80% dei quali viene normalmente avanzata richiesta di accesso ai finanziamenti statali Fus) per un valore della produzione prossimo nel suo complesso a 2 milioni di euro.

FILM TV

Fin dalla nascita, la televisione si è nutrita di cinema, che le ha dato linfa vitale per il suo sviluppo. Col passare degli anni la televisione è infatti cresciuta e diventando adulta ha consolidato una presenza decisamente incombente ed elaborato un suo linguaggio specifico. Da una parte ha trovato nella struttura industriale del cinema, con le sue imprese di pre e postproduzione, i partner tecnici in grado di sostenerne l’evoluzione, soprattutto nelle fasi di grande espansione degli anni Sessanta e ancor più Settanta e Ottanta. Un bacino di aziende per così dire esecutive da cui è nato quel grande comparto dell’indotto televisivo che lavorando in outsourcing oggi assorbe praticamente oltre il 50% della produzione tv. Dall’altra è arrivata a plasmare forme quasi autonome di prodotti cinematografici come i movie tv e, in sottordine, le cosiddette fiction, attraverso il patrimonio di esperienze acquisito nella sua crescita dal cinema italiano e soprattutto attraverso la collaborazione delle sue risorse artistiche E ancora oggi molte aziende di produzione integrate nella filiera cinematografica forniscono con il loro apporto creativo quel valore aggiunto che contraddistingue una certa parte dell’offerta tv. Se le fiction in tutte le loro declinazioni – teleromanzo, sceneggiato, originale, serial, telefilm o serie, sit-com, miniserie, soap opera e così via – non vengono e non possono essere confuse col cinema, i tv movies conservano invece una propria identità di prodotti filmici. Pensati e realizzati per il piccolo schermo, destinati in prevalenza ad avere un rapido utilizzo e una redditività legata principalmente alla trasmissione sui canali delle tv commerciali “in chiaro”, sono come certi prodotti industriali strategici double o mixed use e vedono anche sfumare quella ricerca primaria e di fondo del contenimento dei costi che li caratterizzava originariamente. La possibilità di un loro sfruttamento parallelo resta assai contenuta e non del tutto prevedibile, eppure non è più improbabile come un tempo e si registrano ora casi di distribuzione anche nei canali theatrical, pay tv e ancor più home video.21
Oggi il film tv occupa l’11,9% delle ore di trasmissione dei grandi network nazionali (19,9% su Canale 5; 13,7% su RaiUno; 13,5% su Raiue; 11,8% su Rete4; 3,7% su La7) e il 39,8% di questa programmazione viene fornita in outsourcing da circa 150 case di produzione esterne (la quota del contiguo segmento fiction raggiunge il 53,0%) rispetto all’unica alternativa post in atto dai maggiori broadcaster, che non è la realizzazione interna bensì l’acquisto dall’estero. Il valore della produzione fornita dai produttori del cinema indipendente nazionale impegnati nel segmento (complessivamente poco più di 50) è stimato pari a 60 milioni di euro.22

HARD

Se si fa riferimento al cinema quale forma d’arte, la produzione hard non sembra possedere con esso alcun gene in comune. Per quanto riguarda il dna industriale la situazione si presta invece a una valutazione affatto diversa. Pur essendo del tutto parallelo e “sottotraccia” della produzione filmica “ufficiale” (al cui fianco scorre in pratica dai tempi di Georges Méliès), il segmento xxx rated attraversa ad esempio le medesime strutture del comparto in fase di pre e postproduzione. È inoltre sottoposto allo stesso sistema di vigilanza e controllo amministrativo della Siae sui canali distributivi dell’esercizio in sala e home video (in particolare tramite edicole e sexy shop).
I prodotti a luci rosse si stanno tuttavia confermando fra i principali protagonisti della distribuzione sui canali – ormai abbastanza consolidati – della pay tv e della pay-per-view e ancora di più su quelli, in via di formazione, della telefonia mobile e di Internet.
La fetta più consistente è rappresentata dall’offerta televisiva pay. Sky Italia offre in abbonamento 20 canali di Hot club con pellicole di repertorio più Hot première con un’anteprima al giorno e secondo le stime più recenti registrerebbero oltre 200 mila acquisti quotidiani da parte di altrettanti abbonati con una spesa media – comprensiva del costo di sottoscrizione – di 10 euro a visione, per un totale annuo di 730 milioni di euro. Considerando che quella accreditata al complesso dei 4,5 milioni di utenti (a inizio 2009) della tv satellitare di Rupert Murdoch è stimata in 1,41 euro al giorno, il giro di affari sexy di Sky arriverebbe pertanto a coprire il 29,2% dell’intero monte ricavi di 2,5 miliardi.23
In alternativa a Sky operano poi in regime criptato e con parental control (barriere che non ostacolano comunque le emittenti satellitari estere) anche Conto Tv, che integra trasmissione satellitare con sistema digitale e propone i due canali hard Superpippa channel e Sin, e la più giovane Glamour plus sul digitale terrestre, cumulando proventi stimati in altri 70 milioni di euro. D’altronde l’annuale rapporto sul mercato dei contenuti digitali in Italia predisposto da Fita-Federazione italiana del terziario avanzato (aderente a Confindustria servizi innovativi e tecnologici) già nel 2006 era stato esplicito: “Partite di calcio e contenuti per adulti sono considerati i contenuti in grado di far decollare la diffusione di digital-tv… Il segmento in forte crescita e di futuro successo è sicuramente quello dei contenuti accessibili in forma pay per veiw o video on demand”.24
Assai più problematica appare la valutazione economica del porno sui video telefonini. Quelli hard sono fra i contenuti di maggiore interesse offerti da tutti i gestori attivi in Italia, ma delle quattro telco nazionali Tim, Vodafone, Wind e 3 soltanto quest’ultima pubblicizza il servizio riconoscendone l’operatività, pur non fornendo come i tre diretti concorrenti alcuna indicazione del relativo fatturato. Fra gli addetti alla telefonia mobile è però convinzione comune che al traffico generato dai video a luci rosse vanno ormai accreditati proventi prossimi ormai alla quota di 150 milioni di euro.
Altrettanto difficoltosa appare la stima della visione streaming su Internet, in relazione alle tariffe di 0,07 centesimi al minuto di collegamento e al costo medio di 6 euro per il “noleggio” delle pellicole hard, girate quasi tutte in digitale, per un tempo limite di 48 ore. Soltanto Cybercore di Maya Checchi e Faronet di Roberto Campisi, società con 14 e 8 addetti che ne detengono la leadership, dichiarano di avere 60 mila e 25 mila utenti al giorno con ricavi lordi nel 2008 pari rispettivamente a 3,2 milioni e 1,4 milioni di euro.25
A fronte di un consumo sempre più digitalizzato, l’offerta tradizionale nelle sale a luci rosse (ridotte ormai a un decimo rispetto a 15 anni fa) e in home video si è notevolmente contratta. E di pari passo è calata la produzione interna di pellicole a sesso esplicito, a causa della competitività in termini di costi rispetto ai prodotti dell’Europa dell’Est (Ungheria in primis): 5 mila euro di investimento medio contro i 25-30 mila delle realizzazioni domestiche. Attualmente dei 1.500 film immessi in corso d’anno sul mercato del porno in Italia, soltanto 300 sono prodotti internamente – con un investimento complessivo di 6,5 milioni di euro – da 35 imprese, fra le quali sono riconosciute come maggiori Showtime, Sin Video, Salieri entertainment, Rocco Siffredi production e Kamasutra. Queste case di produzione incassano ogni anno dai network per i diritti di licensing sui canali xxx rated da 20 mila a 50 mila euro; dalle altre emittenti minori tra 400 e 500 euro per ogni titolo messo in onda; dalle videoteche per i dvd venduti circa 6.000 euro di media a titolo, al netto delle percentuali di pertinenza dei rivenditori, con un bilancio globale da home video di 150 milioni di euro. Da questi ordini di grandezza si può ragionevolmente presumere per il cinema hard un fatturato di 1,45 miliardi di euro; una cifra straordinariamente cresciuta rispetto all’ultima ricerca – il quarto “Rapporto sulla pornografia”, a cura di Roberta Tatafiore – condotta sul business “proibito” nel 2005 dal centro studi Eurispes con il patrocinio del Pontificio consiglio per comunicazioni sociali. Ma allora l’offerta di film vietati ai minori su pay tv, pay-per-view, Iptv e in video streaming sul web erano soltanto agli albori e al cinema sexy poteva essere accreditato tutt’al più un fatturato cumulativo, fra tutti i canali di distribuzione, di 350 milioni di euro.

INDUSTRIE TECNICHE

Denominatore comune di tutti gli altri segmenti della produzione cinematografica è quello composto dalle imprese dei servizi tecnici ed esecutivi che stanno a monte e a valle di tutto il lavoro di riprese, il cosiddetto girato, e ne completano la realizzazione. In Italia si stima siano oltre 2 mila, il 43% delle quali rappresentato da società individuali o di persone (ossia non di capitali) costituite da lavoratori autonomi, artigiani e imprenditori che operano praticamente in proprio, mentre un ulteriore 30% di società di capitali (otto volte su dieci in forma di srl, cioè a responsabilità limitata) presenta dimensioni veramente ridotte.
Si tratta di un panorama variegato, in cui si possono distinguere quattro filoni principali cui ricondurre le diverse attività:
  1. servizi di edizione e postproduzione propriamente detti, dove si concentrano gli operatori maggiori, di taglia medio-grande, ai quali si riferisce la tabella 11:
  2. servizi dedicati alla realizzazione, relativi alle componenti scenografiche e fotografiche, alla preparazione dei costumi e alle forniture tecniche speciali;
  3. organizzazione della produzione, sostanzialmente di consulenza e assistenza finanziaria e amministrativa al montaggio finanziario, nella vendita dei diritti, per la predisposizione del budget e dei piani di lavoro;
  4. servizi creativi, che collaborano alla realizzazione degli effetti speciali e fotografici, di musiche e colonne sonore, delle coreografie e anche all’adattamento e alla revisione delle sceneggiature.



Fonte: “Il cinema italiano in numeri” (anni solari dal 2003 al 2008) a cura dell’Ufficio studi Anica (Associazione nazionale industrie cinematografiche audiovisive e multimediali) su dati delle aziende aderenti all’Unitec-Unione nazionale delle industrie tecniche cinematografiche e audiovisive, associata all’Anica.




Elaborazione su dati contenuti in “Il cinema italiano in numeri – Anno 2008” a cura dell’Ufficio studi Anica (Associazione nazionale industrie cinematografiche audiovisive e multimediali) e su rilevazioni nelle aziende aderenti all’Unitec-Unione nazionale delle industrie tecniche cinematografiche e audiovisive, associata all’Anica.
* I dati relativi alle imprese attive nelle applicazioni digitali sono frutto di stime autonome, riferite al solo settore cinematografico, rispetto a valori globali delle attività calcolati in 950 milioni di fatturato e in 850 unità di addetti.

Gran parte delle imprese maggiori – per il 45,5% con sede a Roma e per un ulteriore 18,5% a Milano – appartengono alla prima tipologia, come illustra la tabella 12, e contano per il 20,8% da 6 a 10 addetti e per il 20,3% oltre 20 dipendenti a tempo in determinato. Nell’ambito del mercato audiovisivo non esiste in genere una netta separazione fra i settori cinematografico e televisivo e la distinzione è operata in base all’attività principale svolta dalle aziende (le società di servizi che operano prevalentemente per la produzione tv sono oltre 1.500). Per questo è possibile ricostruire a grandi linee le quote di lavoro prestato per la realizzazione dei diversi prodotti: il 35,6% della produzione è dedicato a film e lungometraggi; il 12,6% dei servizi riguarda film tv e fiction; il 7,5% delle prestazioni concerne documentari e film industriali (compresi quelli promozionali o pubblicitari); il 5,2% dell’operatività è dedicata a filmati e reportage giornalistici; il 3,4% dell’impegno viene destinato ai cortometraggi; il restante 26,5% si divide fra programmi televisivi e altri prodotti, come l’animazione (resta un 9,2% di lavorazioni distribuito probabilmente su altri filoni non direttamente rilevanti, quale quello hard). Sul totale delle attività la quota ricoperta da lavorazioni effettuate completamente con le tecnologie digitali era pari nel 2007 al 17,1% ed è registrata in costante espansione.26
In base alle indicazioni degli stessi imprenditori del segmento, l’apporto globale delle industrie tecniche e dei servizi esecutivi al settore cinematografico è valutato in termini economici in 735 milioni di euro.


17 “Indagine sul settore del documentario in Italia” (IsiCult-Doc/it, Roma 2006), diretta da Francesca Medolago Albani.
18 Secondo la stessa ricerca il formato preferito è il 52’ (51,4%), seguito da quello shorts da 10’ a 15’ (28,6%), dall’intermedio 26’ (8,6%), dal lungometraggio (8,6%) e dal filler (2,8%). In merito alla tipologia dei supporti primeggia la produzione in DV Cam/Mini DV (59,5%), rispetto a quelle in DG Beta (18,9%), in HD (10,8%), in Beta SP (8,1%) e in pellicola (2,7%).
19 Con il termine “filmato” viene intesa in genere ogni ripresa girata con tecnica cinematografica e trasmessa in video. La sua accezione è stata definita dal linguista Tullio De Mauro ed è oggi unanimemente condivisa nel significato di “sequenza filmata o inserto filmato proposto nel corso di una trasmissione televisiva con fini documentaristici”. Il termine, come sostantivo maschile, appartiene “alle innovazioni semantiche e lessicali introdotte dalla tv nella lingua italiana” al pari di “annunciatrice”, “diretta”, “monitor”, “quiz”, “zumata”…(“Lingua parlata e Tv” di Tullio De Mauro in “Televisione e vita italiana” di autori vari, Edizioni Eri, Torino 1968).
20 Dalle rilevazioni condotte nel corso della stesura di questo rapporto sono emerse alcune indicazioni – non esaustive e riportate quindi a puro titolo informativo, senza alcun valore di classificazione statistica – in merito alle opere partecipate nominalmente e firmate (pur attraverso le rispettive società di riferimento) dai produttori più attivi imprenditorialmente nel segmento documentaristico (con almeno cinque realizzazioni) negli anni più recenti: Gregorio Paonessa (17), Gianluca Arcopinto (10), Nicola Giuliano (10), Francesca Cima (10), Pietro Medioli (10), Nicola Sofri (10), Georg Zeller (10), Federico Schiavi (9), Carlo Cresto Dina (8), Elena Filippini (7), Stefano Tealdi (7), Gabriella Manfré (6), Corso Salani (6), Rean Mazzone (6), Andrea Occhipinti (6), Domenico Procacci (5), Danilo Caracciolo (5), Edoardo Fracchia (5), Francesco Gatti (5), Giuseppe Tumino (5).
21 Si possono citare i casi di “La meglio gioventù” di Marco Tullio Giordana, “Carnera: la montagna che cammina” di Renzo Martinelli e “Sbirri” di Roberto Burchielli.
22 Le principali indicazioni in merito al segmento dei tv movies sono tratte dalle ricerche “L’industria della produzione di fiction – Metodo, regole, prospettive” e “La domanda di contenuti in Italia” realizzate dallo Iem (Istituto di economia dei media) della Fondazione Rosselli e presentate rispettivamente al “Roma Fiction Fest” (luglio 2007) e al “Quinto summit della comunicazione” di Roma (dicembre 2007). Nell’ambito del secondo studio sono segnalate fra le società cinematografiche più attive sul fronte dei film tv per i principali broadcaster nazionali le case di produzione Palomar, Film Master, Cattleya, Itc Movie, Colorado Film Production. Fra le società impegnate in lavori già a budget per le nuove stagioni figurano invece Albatross, Cattleya, Sacha Film, Sanmarco Film (di Raoul Bova e della moglie Chiara Giordano), Leone Cinematografica e Titanus di Goffredo Lombardo.
23 “Sex and the money – Viaggio nel settore che non conosce recessione” di Daniela Stigliano e Filippo Astone, Il Mondo (rcs Periodici – 9 maggio 2008).
24 “Rapporto e-Content 2006” a cura di Federcomin, oggi Fita-Confindustria servizi innovativi e tecnologici, (novembre 2006).
25 “Più tasse? Il porno emigra” di Roberto Galullo, Il Sole 24 Ore, 13 dicembre 2008.
26 Questo dato, come parte dei precedenti, fanno riferimento alla ricerca “Le imprese dell’audiovisivo nel Lazio” condotta dal Censis (Centro studi per gli investimenti sociali) di Roma a fine 2007.

 

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