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Terza parte - GENTE D'ARTE E DI MERCATO
CAPITALI E LAVORO
Capitolo 4 - Le società e l'attività d'impresa
L'analisi dei fattori
I dati non sono facilmente reperibili, perché nel 52,3% dei casi, proprio in virtù della natura giuridica di società non di capitali – che come rilevato è quasi un corollario delle attività dalle di mensioni relativamente ristrette – non ricorre l’obbligo di depositare i bilanci d’esercizio annuale (stato patrimoniale e conto economico). Perciò tutte queste società, che sono tenute alla sola iscrizione al Registro imprese delle Camere di Commercio, sfuggono in pratica a un tentativo di analisi quantitativa sotto il profilo finanziario ed economico, a differenza delle società di capitali. Un primo indicatore attendibile riguarda quindi solo questa fascia di imprese ed è il Cerved a stimarlo, attraverso i dati aggregati di fatturato, estratti dai rendiconti di bilancio delle aziende che fanno parte dell’universo delle società di capitali (si tratta di un’operazione piuttosto complessa e in genere i risultati non si riferiscono all’ultimo anno solare concluso, ma a quello precedente). Sono ordini di grandezza economica da considerare nella consapevolezza che una porzione di operatori – soprattutto nel caso delle strutture di peso e consistenza superiori e a maggiore sviluppo organizzativo – possono essere presenti anche in altre attività della filiera, con la conseguenza che i risultati in termini di fatturato di pura estrazione cinematografica, e con esclusione di eventuali sovrapposizioni, non permettono di fare un’auspicata, chiara attribuzione.

FATTURATO

Le elaborazioni Cerved sono in grado comunque di fornire un ulteriore, indiretto riferimento in termini di ordini di grandezza relativi, in quanto contemplano anche la ricostruzione del rapporto d’incidenza dei comparti del settore cinematografia-video sul Pil, il prodotto nazionale lordo, e su tutto il complesso di attività del cosiddetto macrosettore “Attività ricreative, culturali e sportive”.



Elaborazione su dati Cerved relativi ai consuntivi dell’anno 2006
* I valori calcolati da Cerved e riferiti all’intero settore non esprimono – per l’oggettiva di fficoltà di classificazione di alcune attività – le somme matematiche dei dati che lo stesso Cerved attribuisce ai tre singoli comparti.

Non è facile valutare quanto queste grandezze economiche siano aderenti alla pura attività cinematografica e stabilire quindi anche a quanto ammonterebbe, in base ai parametri delle elaborazioni Cerved, il fatturato comprensivo delle società di non capitali, pur considerando che le stime del loro peso in termini di valori economici portano a calcolare un apporto ipotetico al volume d’affari complessivo che si può collocare (nella migliore delle ipotesi) fra il 12% e il 15%, a fronte di una quota numerica oscillante secondo i diversi comparti – come visto – dal 50% al 60% (a eccezione delle imprese di distribuzione, che si fermano al 28%).
Ma se da una parte i valori complessivi espressi dai bilanci delle società di capitali ed elaborati da Cerved potrebbero a prima vista sembrare sovrastimati rispetto alle valutazioni correnti – va ricordato che la Siae valuta in 603 milioni di euro gli incassi totali nelle sale del paese, mentre Prometeia fissa a quasi 1 miliardo di euro i proventi del settore home video – dall’altro lato occorre prendere atto che i dati esaminati emergono dalle visure cameraili: sono poste messe a bilancio, con valore legale e nella responsabilità degli amministratori e degli organi sociali. Per cercare di delineare meglio la situazione occorre scendere ancor più nel dettaglio dei risultati consegnati dalle scritture contabili. Se si pone l’attenzione proprio sui conti delle società di capitali – lasciando da parte per il momento le cifre e i relativi ordini di grandezza che le statistiche sul mercato della domanda (cioè del pubblico sotto forma di incassi da biglietti pagati e di proventi da noleggio e vendita degli home video) hanno ormai assegnato quale dato storico alla cinematografia – si può calcolare ad esempio quanto ogni singola impresa dei vari comparti realizzerebbe dalla sua attività dividendo semplicemente il monte ricavi per il loro numero. È un’indagine che tende a valutare (come indica la tabella successiva) il fatturato unitario teorico di tutte le società di capitali che presso le Camere di commercio risultano formalmente attive. Pur essendo valori sulla carta senza dubbio corretti, nell’esperienza concreta sembrano sinceramente mal adattarsi alla pratica gestionale di una normale azienda cinematografica.



Elaborazione su dati Cerved all’1 gennaio di ogni anno * I dati relativi alle società attive sono riferiti al 30 settembre 2007 ** Il numero delle società di capitali rappresenta una media, data la sensibile volatilità in corso d’anno di nuove iscrizioni e cancellazioni *** I valori calcolati da Cerved e riferiti all’intero settore non esprimono – per l’oggettiva di fficoltà di classificazione di alcune attività – le somme matematiche dei dati che lo stesso Cerved attribuisce ai tre singoli comparti.

L’importo unitario sta a significare infatti una compensazione fra due diverse scale di valori: ai fatturati di una fascia più ristretta di imprese che si collocano nettamente al di sopra di tale soglia, corrispondono infatti quelli nettamente inferiori al livello medio dell’altra parte, assai più consistente, di soggetti di “piccola taglia”. E la media virtuale dei ricavi estrapolata dal complesso dei bilanci non risulta ragionevolmente del tutto convincente, perché proprio l’entità del livello medio segna un limite al di sotto del quale – dove si addensa nei fatti la netta maggioranza dei soggetti – è difficile credere che una società cinematografica si trovi nelle condizioni economiche di operare materialmente sul mercato (non si parla solo di agire con una qualche evidenza o con la speranza di raggiungere un qualsivoglia obiettivo, ma proprio di lavorare anche al numero minimo di giri possibile, sulla linea che separa la pura sopravvivenza dal rischio certo di chiusura o fallimento).
La spiegazione più semplice torna allora ad allacciarsi alla considerazione sull’effettiva operatività di una vasta fascia anche di società di capitali, che risultano attive e come tali redigono ogni anno i loro bilanci d’esercizio, nei quali tuttavia le voci che compongono lo stato patrimoniale e il conto economico esprimono – come del resto evidenzia una più estesa analisi de visu del repertorio di rendiconti – valori pressoché simbolici, stante la latitanza di iniziative, affari, lavoro e operazioni commerciali.

DIMENSIONI


Si può così ricostruire una situazione di massima che trova i suoi riflessi statistici nella distribuzione per classi di fatturato delle società di capitali. I riscontri contabili e finanziari portano a delineare in sostanza cinque principali raggruppamenti di aziende che operano nei diversi comparti considerati.
  • Il primo è costituito da un bacino di imprese in sonno o fantasma che risultano formalmente attive, ma che denunciano coordinate economiche e finanziarie – cioè attivi inferiori a 5 mila euro all’anno! – incompatibili con un’autentica, effettiva operatività.
  • Il secondo è rappresentato da un cluster di aziende di piccolo cabotaggio, in virtù di un volume d’affari compreso fra 5 mila e 250 mila euro; un range che nel settore industriale si usa definire a “scartamento ridotto” e che è considerato più appropriato ai servizi e al terziario, attagliandosi per esempio alla fascia dei negozi d’esercizio commerciale (sicuramente alle botteghe di minore appeal) escludendo ad ogni modo le boutiques più frequentate. Si tratta di aziende, per così dire, a “basso voltaggio”, orientate presumibilmente allo sviluppo di un singolo progetto, non necessariamente a cadenza annuale, circostanza del resto facilmente riscontrabile fra gli operatori cinematografici.
  • Il terzo può essere attribuito a quella parte di società che si potrebbe definire (ovviamente sul piano dei riferimenti quantitativi e non certo qualitativi, in termini di contenuto dei loro oggetti sociali) di minore visibilità – conseguono fatturati che vanno da 250 mila a 1 milione di euro – rispetto ai parametri con cui vengono tradizionalmente misurati i numeri dei protagonisti del settore e dei loro successi da blockbuster.
  • Il quarto “dipartimento” corrisponde virtualmente al presumibile zoccolo duro dell’industria cinematografica nazionale, ossia a quel gruppo di operatori che hanno consolidato la loro posizione sul mercato, forti di un giro d’affari abbastanza consistente e in grado di mettere a bilancio – con proventi annuali fra 1 e 5 milioni di euro – iniziative e progetti significativi. In possesso d’un certo dinamismo, possono contare anche su modelli organizzativi e assetti gestionali autonomi, propri di strutture a crescita più matura.
  • La quinta classificazione è infine conferibile alla cosiddetta fascia alta del settore, cui idealmente appartengono – con valori della produzione che partono da 5 milioni per superare, a volta di gran lunga, anche i 200 milioni di euro – i gruppi guida o di maggior spessore e che pur costituendo nei tre diversi comparti una particella del parco-operatori (il 5-6%) esprime almeno la metà (e spesso fin oltre il 70%) degli assets di segmento. È questo il parterre che annovera per definizione l’upper class cinematografica, con i suoi leader e i loro concorrenti, più o meno immediati, dal momento che spesso le strategie di posizionamento li conducono anche ad agire in partnership di reciproco interesse e a vicendevole tutela.
La tabella della pagina accanto può valerne quale descrizione e schema di sintesi. Composta attraverso le varie fasi di progressiva focalizzazione, questa mappa di segmentazione permette di delineare due punti importanti.

  • Rispetto alle cifre eclatanti di prima istanza dell’anagrafe Cerved sul panorama complessivo del cinema italiano – 9.887 società registrate e 9.071 attive nel 2007 (confrontare tabella 1) – si arriva a percepire le dimensioni realistiche del settore in riferimento all’attività concreta realizzata, del mercato che ne è alla base e del suo valore.
  • Si precisa inoltre con sufficienti attendibilità e chiarezza la tipologia delle imprese che ne sono alla fonte.
La tabella 8 consente per esempio di desumere che sono dell’ordine di 1.960 le aziende di cinematografia in sonno. Alle 862 del primo bacino di suddivisione, si aggiungono in effetti quelle che, pur rientrando nella fascia di fatturato del secondo cluster – il più folto, con 1.830 presenze – si situano nella fascia inferiore, registrando a bilancio un’attività economica compresa fra 5 e 40 mila euro. Pur mancando in proposito una quantificazione statistica specifica, è consentito in base alle consultazioni di bilancio effettuate – per necessità a campione, dato l’alto numero delle ragioni sociali appartenenti a questo raggruppamento – stimarne la quota intorno al 60%; un livello utile già di per sé a comprendere appunto circa 1.100 soggetti. Al di sopra di tale soglia comunque si colloca un altro numero pur sempre elevato – circa 730 – di operatori definibili come minori.
Nelle cosiddette terre di mezzo – rappresentate dalla fascia centrale, la terza, con ricavi inferiori a 1 milione di euro – si situano viceversa circa 970 attori il cui complesso, nonostante l’indubbia consistenza, esprime un impatto sui flussi economici e strutturali del settore ancora ridotto. Così, se delle 4.400 società di capitali attive nel settore cinematografico, circa 2.690 risultano ricoprire un ruolo marginale – per l’assenza letterale di qualsiasi tipo di realizzazione o per il valore e la natura materialmente residuali di quanto eventualmente prodotto – altre 970 paiono insomma muoversi nel grande agglomerato di centro e possono quindi essere annoverate quali appartenenti alla classe media (il “ceto”, come si usa dire, “che fa massa”). L’organico di maggiore rappresentatività si dimostra costituito piuttosto dalle imprese (poco più di 730) inserite nelle altre due ripartizioni e che appaiono caratterizzate da un’attività indubbiamente più continuativa.



Elaborazione su dati Cerved
* In questa classificazione i dati relativi al numero delle società di capitali sono da intendersi indicativi, in quanto frutto di stime che (per la mobilità presente nel settore) possono discostarsi di qualche unità dai valori assoluti riscontrabili trimestralmente
** La quota di mercato cumulativa di tutte le aziende del primo raggruppamento (bacino “in sonno”) risulta in realtà inferiore - pur se di poco - allo 0,1%, del totale globale, ma il dato è stato arrotondato fino a tale valore per favorire lafacilità di lettura del quadro di sintesi tracciato dalla tabella
*** I valori calcolati da Cerved e riferiti all’intero settore non esprimono – per l’oggettiva di fficoltà di classificazione di alcune attività – le somme matematiche dei dati che lo stesso Cerved attribuisce ai tre singoli comparti.

Nel nucleo maggiormente folto, con i suoi 564 componenti, dello “zoccolo duro” si può identificare in sostanza il tessuto connettivo della cinematografia nazionale per quanto riguarda i tre principali comparti della produzione, della distribuzione e dell’esercizio. Ed è in questo alveo, come si diceva in apertura, che risiede quella vasta platea di operatori che pur contribuendo in maniera significativa e caratterizzante al mercato dell’offerta sfugge di solito alle analisi sulla semplice domanda di cinema e viene perciò sistematicamente trascurata. Nel ristretto gruppo – “solo” 171 membri – della upper class si trovano invece i protagonisti a pieno titolo della scena nazionale; un’élite di cineasti che prendendo a prestito un termine classico delle cronache di gossip si può chiamare con sufficiente proprietà il jet set della cinematografia. Visibilità a parte, è sulla composizione di tale “recinto” che il settore conforma comunque la sua ossatura, anche perché questo nucleo di vertice si dimostra in grado di indirizzare in modo determinante il mercato, al punto che pur costituendone solo una parte viene quasi sempre considerato come se lo rappresentasse in toto.

CRESCITA


Quello stesso mercato che in verità presenta di per sé, e fin quasi dagli albori, una fisionomia del tutto particolare. È ad esempio in larga misura anti-ciclico. Il suo andamento non è direttamente collegabile allo stato dell’economia complessivo e i suoi indici di crescita o di contrazione non sono di norma né sincroni né proporzionali alle variazioni degli indicatori di ordine generale quali il pil (prodotto interno lordo) o il costo della vita. Il trend delle attività cinematografiche si conferma in sostanza non costante e, soprattutto, strettamente legato alle capacità d’attrazione dei suoi operatori – come è nel dna in fondo delle forme d’arte, di cultura, spettacolo o intrattenimento – piuttosto che al tenore, alle condizioni e agli stili di vita del paese e del suo pubblico.



Elaborazione su dati Cerved all’1 gennaio 2007.
Il macrosettore di riferimento (Ateco)è “Attività ricreative culturali e sportive”.

Se la “stagionalità” delle performances (ricostruita fin dove arriva la serie storica dei valori elaborati da Cerved) sembra un tratto costituzionale del cinema – il cui trend non appare omologato a quello dell’economia in generale come indica il prospetto delle variazioni riportate sopra – va detto che pure l’andamento delle singole società attive nel settore non segue alcuna regola né tendenza uniforme, secondo quanto confermano del resto nella stessa tabella i dati relativi ai singoli comparti.
Prendendo a riferimento l’ultimo anno considerato – con un calo del fatturato complessivo di settore pari al 5,1% – si può osservare (tabella 10) come la crescita o il decremento dei ricavi delle diverse aziende si distribuiscano in modo difforme e in misura tale che nonostante le imprese in crescita (fino al 5%, dal 5% al 10% e poi anche oltre il 10% rispetto alle entrate dell’anno precedente) risultino in netta maggioranza, il monte ricavi globale si rivela alla fine in decremento. Una prima, facile deduzione porta a ritenere che proprio la curva stagionale dei risultati dei grandi gruppi sia sufficiente a determinare il ciclo congiunturale del settore e in grado di qualificarne la vitalità per conto di tutte le sue componenti anche quando alcune o molte di esse, in opposizione di dinamiche, conservano con i loro comparti un andamento positivo



Elaborazione su dati Cerved all’1 gennaio 2007.
Il macrosettore di riferimento (Ateco)è “Attività ricreative culturali e sportive”.


Dall’elaborazione dei bilanci nel loro complesso emerge pure la notevole disomogeneità con cui la variazione dei ricavi si “spalma” mediamente secondo le diverse classi dimensionali delle aziende, a riprova sia della peculiare tipologia dell’attività cinematografica sia dell’eterogeneità degli stessi operatori che vi sono impegnati. Quale ulteriore elemento di conoscenza si può considerare l’evoluzione nel tempo dei singoli fatturati delle imprese, che denota come la serie storica delle riduzioni e degli incrementi (che si tralascia qui di riportare per intero) si alternino senza alcuna soluzione di continuità e relazioni o rapporti di causa oggettivi.




Elaborazione su dati Cerved all’1 gennaio di ogni anno
* Per queste classi di fatturato non è stato possibileinalcuni casi calcolare la variazione media dei ricavi per la mancanza di un panel di valori omogeneo e idoneo alla loro comparazione.


SOLIDITÀ PATRIMONIALE


L’anticiclicità e la disomogeneità dei risultati economici delle imprese cinematografiche rispecchiano da una parte l’accentuata volatilità del prodotto-cinema (ossia della risposta del mercato all’offerta degli operatori) e dall’altra l’estrema eterogeneità delle aziende attive nei vari comparti. In assenza di costanza di trend – positivo o negativo che sia – il settore pare tuttavia soffrire di una perdurante crisi di crescita; percezione suffragata peraltro dai riscontri complessivi dell’attività. Ricordando il fatturato globale di 4.011 milioni di euro realizzato dalle società di capitali di produzione, distribuzione e proiezione secondo i bilanci depositati all’1 gennaio 2007e relativi all’anno 2006 (vedi tabelle 6 e 7) presso le Camere di commercio, si può infatti osservare che la cifra non rappresenta l’esito di un’evoluzione, bensì di un’involuzione: 4.228,3 erano infatti i milioni totalizzati dodici mesi prima e 4.122,2 l’anno ancora precedente (che aveva segnato una svolta rispetto al biennio antecedente, apertosi con 3.858,5 milioni e chiuso a quota 3.833,1 milioni di euro). L’indubbia e oggettiva incertezza che accompagna la gestione e la “vendita” della produzione filmica – come di qualsiasi altra opera di spettacolo, d’ingegno o d’arte – rende peraltro problematica ogni strategia di pianificazione e di gestione delle risorse finanziarie. Assai più di quanto si verifica negli ambiti industriali e dei servizi. Risulta ad esempio difficoltosa la ricerca di capitali da investire in nuovi progetti, dal momento che le imprese cinematografiche nella gran parte dei casi sono titolari solo di beni immateriali e non dispongono fra i propri cespiti patrimoniali di immobili, impianti e attrezzature tecniche.
Fanno eccezione soltanto le imprese che operano nell’esercizio con stabili e sale di proprietà; i gruppi integrati come Rai e Mediaset, titolari di sedi, apparati e mezzi tecnici per la trasmissione e la diffusione dei loro programmi sulle diverse piattaforme e per lo svolgimento di tutte le loro altre attività collegate; le maggiori e storiche case di produzione (ma sono poche) che dispongono del principale e autentico asset su cui possono contare oggi le società di cinematografia, ossia una library sufficientemente consistente e soprattutto dotata di titoli in archivio di largo successo e suscettibile di essere sfruttata ancora abbastanza a lungo in futuro. Un valore in buona parte significativo a questo proposito risulta il rapporto medio di indebitamento (tabella 12); un indicatore di composizione patrimoniale che evidenzia il peso dei finanziamenti esterni rispetto ai capitali investiti, calcolato in base alla loro incidenza sul totale degli attivi.



Elaborazione su dati Cerved all’1 gennaio 2007
Il macrosettore di riferimento (Ateco) è “Attività ricreative culturali e sportive”.

Come si può notare gli indici delle aziende cinematografiche sono nettamente superiori a quelli delle altre attività ricreative, culturali e sportive. Quale ulteriore elemento di valutazione si può altresì aggiungere che dai dati disaggregati secondo le diverse classi di fatturato emerge un livello di ricorso ai finanziamenti esterni superiore alla media per le società di dimensioni minori, che producono o distribuiscono una pellicola all’anno (o anche a intervalli più duraturi) oppure gestiscono una sola sala di proiezione, e nettamente inferiore invece per quelle più sviluppate e forti di un’attività continuativa, che rientrano nella fascia alta di ricavi annui superiori a 50 milioni di euro.
Questa divaricazione di condizioni in riferimento alla solidità patrimoniale e finanziaria trova un riscontro indiretto anche nel grado di rischiosità che il mercato – in base ai dati finanziari esposti a bilancio – attribuisce alle imprese di capitali del settore (tabella 13). Si tratta di un rating essenzialmente indicativo, costruito attraverso un processo di analisi che contempla anche un certo margine di discrezionalità, tuttavia di discreta attendibilità e affidabilità, a giudicare dalla frequenza con cui se ne servono banche e istituti mobiliari per istruire e valutare le operazioni di concessione di mutui e prestiti e le capacità potenziali dei loro clienti a sostenere nel tempo determinate esposizioni economiche. Lo stesso regolamento del Fondo unico per lo spettacolo contempla d’altronde 40 dei 100 punti, che la commissione della Direzione generale cinema del MiBac attribuisce nell’esaminare le richieste per l’assegnazione dei contributi alla produzione, siano riservati alla valutazione della “stabilità d’impresa”5.



Elaborazione su dati Cerved al’1 gennaio 2007
* Per i termini “Solvibilità” e “Rischio” le rispettive definizioni di “superiore” e “maggiore” sono da intendersi “rispetto alla media”.
Il macrosettore di riferimento (Ateco)è “Attività ricreative culturali e sportive”.
I dati sul “Totale Italia” sono relativi alle imprese ditutti i settori di attività aeccezione di quelle classificatequali aziende agricole, bancarie e creditizie,finanziarie e assicurative.

Anche in questo caso l’origine della “forbice” di valori rilevata può essere fatta risalire alla netta distribuzione degli agenti in campo fra due diversi poli d’attrazione: un nucleo, più ristretto, di operatori consolidato e protagonisti del mercato, a fronte di un agglomerato, molto più ampio, in cui si addensano soggetti che si dedicano allo sviluppo di singoli progetti, oltretutto ad alterna intensità di lavoro per quanto riguarda la continuità delle prestazioni e a bassa intensità di capitali, in termini di impegno economico.

REDDITIVITÀ


Il quadro degli assetti economici e finanziari delle società del settore si definisce ancora di più con l’analisi di quell’elemento che può essere considerato come una specie di sintesi finale, perché quanto mai significativo, dell’andamento aziendale complessivo, delle capacità di generare fatturato e delle potenzialità di sviluppo sia a breve sia a medio e lungo periodo: la redditività. Un primo indice è costituito dalla rotazione media del capitale investito (nell’uso corrente si ricorre un po’ impropriamente anche al termine turnover; Rci ne è comunque l’acronimo), che viene espresso dal rapporto tra i ricavi dell’esercizio e il totale degli attivi e tende a misurare appunto la quota di risorse finanziarie investite nell’attività rispetto al valore di tutti i cespiti disponibili (tabella 14).



Elaborazione su dati Cerved all’1 gennaio 2007.
Il macrosettore di riferimento (Ateco) è“Attività ricreative culturali e sportive”.


Si tratta di valori sostanzialmente non esaltanti, che si pongono al livello più basso del range in cui si collocano gli indici medi degli altri settori (assai diversificati per caratteristiche ed esigenze) manifatturieri e del terziario. Tendenzialmente sembra emergere comunque la consapevolezza che le compatibilità generali esterne e quelle più specifiche del mercato impongono una maggiore propensione all’impiego delle risorse finanziarie d’azienda in investimenti sull’attività, rispetto alla ricerca di una più “rassicurante” ma statica – e costituzionalmente improduttiva – disponibilità di riserve di cassa e patrimoniali. E se si guarda alla distribuzione per classi di fatturato della rotazione media del capitale investito (tabella 15), si può constatare che la sensazione è avvalorata dalle percentuali via via superiori assegnate alle fasce di imprese di produzione e distribuzione (non a quelle dell’esercizio) più mature e sviluppate, oltre che per dimensioni anche per matrici organizzative e gestionali.



Elaborazione su dati Cerved all’1 gennaio di ogni anno.
* Per queste classi di fatturato non è stato possibileinalcuni casi calcolare la rotazione media del capitale per la mancanza di un panel di valori omogeneo e adeguato alla loro comparazione.






Elaborazione su dati Cerved all’1 gennaio 2007.
Il macrosettore di riferimento (Ateco) è “Attività ricreative culturali e sportive”.

Un altro indicatore che appartiene alle tecnicalità di analisi finanziaria e che attesta la fluttuante redditività ed efficienza degli investimenti nelle attività cinematografiche viene calcolato attraverso il rapporto tra il reddito operativo, ossia maturato nell’operatività specifica delle società di capitali, e il totale degli attivi (tabella 16). In sigla Roi (return on investment), l’indice in questione pone in relazione il risultato – utile o perdita – della gestione tipica dell’impresa con il capitale investito, ossia con gli impieghi delle risorse finanziarie nella sola attività caratteristica depurando gli investimenti che danno origine ad altri redditi (di immobili, di partecipazione e simili).
Generalmente la limitatezza dei ritorni economici lascia trasparire una scarsa efficienza delle imprese stesse, ma nel caso dei comparti della cinematografia chi vi opera sembra scontare un’altra indubbia e oggettiva inefficienza, ancor più diffusa (per quanto d’intensità inferiore rispetto all’intero macrosettore delle attività culturali, d’intrattenimento e del tempo libero): quella del mercato stesso in cui agisce. Anche se non lo attestano direttamente, i dati relativi alla distribuzione del Roi medio per classi di fatturato (tabella 17) costituiscono un indizio abbastanza valido delle difficoltà operative che le aziende si trovano, ai rispettivi livelli, ad affrontare, fatte salve forse le sole case di produzione della fascia più alta di fatturato.



Elaborazione su dati Cerved all’1 gennaio di ogni anno.
* Per queste classi di fatturato non è stato possibileinalcuni casi calcolare la rotazione media del capitale per la mancanza di un panel di valori omogeneo e adeguato alla loro comparazione.



PROFITTI

Si sa che il successo di pubblico può essere per le imprese cinematografiche un formidabile moltiplicatore di guadagni. Ma le fortune di mercato arridono in genere a poche opere e la salute di un settore dipende dal livello medio di profittabilità, dall’esito cioè dell’attività di tutti i suoi operatori: grandi, medi, piccoli e piccolissimi; più o meno “attrezzati e strutturati” managerialmente o capitalizzati sul versante patrimoniale. In base ai singoli parametri gestionali, si può ritenere che per gli operatori di cinema italiani l’obiettivo di ricavare margini di utili validi a giustificarne l’impegno e l’attività – anche al di là delle motivazioni artistiche e degli intenti culturali – appare realistico. Poi è una questione di qualità delle opere e di risposta del pubblico, il cui eventuale o mancato apprezzamento costituisce appunto secondo la letteratura scientifica uno degli elementi essenziali che determinano alla fine il vero valore di mercato (e quindi il prezzo teoricamente autentico) del prodotto.



Elaborazione su dati Cerved all’1 gennaio 2007.
Il macrosettore di riferimento (Ateco) è“Attività ricreative culturali e sportive”.


Se ci si affida al rapporto medio fra mol (margine operativo lordo) e fatturato (tabella 18) – il misuratore più applicato per valutare la capacità di un’azienda di lavorare in attivo, in quanto permette di calcolare la differenza fra il ricavo delle vendite e i costi totali sostenuti per la realizzazione di un determinato prodotto, indipendentemente dalle compatibilità finanziarie da sostenere – tutte le società di capitali dei vari comparti sono in grado di generare profitti. Questo sul piano della pura gestione tipica, considerando cioè i soli costi strettamente legati all’operatività (compresi quelli del lavoro) e i ricavi dalla vendita di quanto realizzato ed escludendo viceversa i costi di struttura, gli oneri finanziari, le entrate e uscite straordinarie e le imposte.



Elaborazione su dati Cerved all’1 gennaio di ogni anno.
* Per queste classi di fatturato non è stato possibileinalcuni casi calcolare la rotazione media del capitale per la mancanza di un panel di valori omogeneo e adeguato alla loro comparazione.


La sostanziale profittabilità, in linea di massima, degli operatori cinematografici emerge anche dalla scomposizione del rapporto medio fra mol e ricavi per classi di fatturato (tabella 19), che mostra una distribuzione dell’indice nettamente più equilibrata tra le varie fasce di quanto non risulti per gli altri indicatori analizzati. In particolare i livelli del parametro sesegnalano un rendimento soddisfacente per le imprese di tutte le dimensioni e non solo per le due fasce superiori, quelle che comprendono le medie e le grandi società, alle quali fra l’altro si può imputare l’incidenza in misura più sensibile dei costi strutturali; ad esempio per il lavoro a tempo indeterminato, per le spese generali e quelli per la gestione amministrativa. Nonostante siano sensibilmente più sostanziosi di quelli del macrosettore che comprendono le altre società culturali, di intrattenimento, di spettacolo e sportive, i rapporti fra mol e fatturato delle imprese di cinema si rivelano tuttavia di misura ridotta rispetto alla generalità delle attività economiche e produttive nazionali, a segnalazione di un probabile deficit, più o meno vistoso, di formazione gestionale e di preparazione sul fronte più specifico delle strategie e delle tecniche di pianificazione finanziaria.
Le misurazioni dei margini operativi lordi non scalfiscono in sostanza il quadro complessivo che esce dall’analisi dei bilanci: se le aziende denunciano una solidità patrimoniale e finanziaria abbastanza contenuta e una redditività generale di modesta consistenza, appare ragionevole e comprensibile che l’andamento economico del settore si mostri – come si è visto – oscillante. E anche risultati relativamente positivi non distolgono quindi, alla fine, l’immagine di una certa congenita debolezza strutturale che la pluralità delle aziende di cinema ha generazionalmente fin qui tramandato.

LA DISTRIBUZIONE TERRITORIALE

La collocazione geografica degli operatori di un qualsiasi settore potrebbe essere considerata come un semplice elemento descrittivo e statistico. In realtà l’economia politica e la teoria dei sistemi insegnano che la relativa concentrazione o rarefazione in una determinata area geografica di imprese attive nel medesimo ambito influenzano direttamente il contesto produttivo: prima di tutto in termini prima di tutto di ricerca e sviluppo delle conoscenze e di diffusione dei processi innovativi, poi di conseguenza sotto il profilo degli standard qualitativi e della competitività, della creazione di sinergie infrastrutturali e di servizi (soprattutto tecnologici, grazie anche all’insediamento progressivo dei partner e dei fornitori più preparati) oltre che di strumentazioni tecniche; infine sul piano dell’attrattività sia delle menti migliori e dei cervelli più promettenti sia degli investimenti privati e pubblici, favorendo così la raccolta, la disponibilità e l’impiego delle risorse finanziarie necessarie ad alimentare con la crescita delle singole attività anche l’imprenditoria complessiva. Non si ha solo, quindi, un hardware migliore, ma ancor più – e in forma decisiva – un software assai più ricco.
Il cinema non fa differenza e ne testimonia il percorso da Hollywood a Bollywood. Utilizzando i dati anagrafici di tutte le aziende attive (non solo delle società di capitali) e delle loro unità locali si può ottenere pertanto una mappa del settore e dei suoi comparti che vale a qualificare il mercato dell’offerta cinematografica, assai più di quanto la collocazione delle sedi dei soli impianti d’esercizio e delle singole sale di proiezione serva a descrivere l’andamento e la composizione del mercato della domanda (tabella 20).



Elaborazione sui dati anagrafici del Registro delle imprese delle Camere di commercio al 30 settembre 2007


In estrema sintesi la distribuzione territoriale delle società di cinema racconta del ruolo storico e strategico di Roma e di Cinecittà (con un terzo delle case di produzione e quasi tre quinti delle compagnie di distribuzione) e del peso che Milano – insieme con Roma va a rappresentare oltre la metà della produzione nazionale e il 70% in campo distributivo – ha assunto, soprattutto grazie anche alle attività collegate al prodotto filmico vero e proprio (film tv, spot, clip, video a tema). Si registra poi la crescita di tre poli di relativa aggregazione in Piemonte, con Torino che vanta una sua tradizionale se pur selezionata presenza, in Emilia Romagna (a carattere però più diffuso regionalmente, quantunque Bologna ne costituisca l’epicentro) e in Campania con Napoli, che ha coltivato la sua – per quanto contenuta – capacità realizzativa lungo un doppio binario: da una parte il caratteristico cinema di territorio (e spesso anche “in lingua”) a destinazione prevalentemente locale e dall’altra l’attività innescata dalla scelta di delocalizzarvi una porzione di produzione per la tv pubblica e appunto legata più specificamente ai generi fiction e film tv.
In pratica la dorsale cinematografica del paese scorre lungo questi cinque gangli, tra i quali la capitale resta indubbiamente focale. A loro fa capo il 70,1% dell’intera produzione e l’ 82,0% dei centri di distribuzione. Se solo si volesse comprendere anche le quote abbastanza significative di Veneto e Sicilia si arriverebbe a superare rispettivamente l’80 e il 90 per cento. Il mercato dell’offerta ha in sostanza fulcri ben individuati e proietta una fisionomia complessiva che contrasta con le intrinseche eterogeneità e disomogeneità del settore. Qualsiasi politica di sistema o istanza di sostegno e sviluppo – traendo ispirazione dalla teoria della complessità di Chris Meyer piuttosto che dalla filosofia dei cluster di Michael Porter o dalla strategia di configurazione delle mappe e dei paesaggi di Richard Normann – dovrebbe di conseguenza seguirne le orme e aderire a quelle impronte.


5 Secondo le norme regolamentari applicate a tutto il 2008 l’aggiudicazione dei 30 punti riguardanti la stabilità delle imprese produttrici è distribuita su quattro parametri: gli anni di attività dalla prima opera realizzata (7,5 punti); numero di film prodotti e usciti in sala negli ultimi cinque anni (altri 7,5); quota di capitale sociale superiore alla soglia di 50.000 euro (5); valutazione dell’azienda in base all’assenza di precedenti finanziamenti o, in alternativa, alla capacità di restituzione dei fondi già ricevuti. Gli altri due criteri considerati sono relativi ai parametri di qualità dei film già realizzati (40 punti) e a quelli della capacità commerciale dimostrata (30).

 

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