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Terza parte - GENTE D'ARTE E DI MERCATO
CAPITALI E LAVORO
Capitolo 5 - Le professioni e il mercato del lavoro
Liberi o organizzati
In un ambito in cui individualismo e protagonismo rientrano fra le “naturali” prerogative dei cineasti, l’eterogenea specificità delle competenze (ancor più prolifica con l’evoluzione delle tecnologie informatiche e digitali e l’innovazione degli standard produttivi) non favorisce sicuramente l’aggregazione di interessi, aspettative, garanzie, obiettivi e parametri univoci. E la flessibilità del mercato del lavoro marca proporzionalmente la rarefazione di organizzazioni di rappresentanza sociale stabili e ancor più su scala generale.
Quella di chi lavora nel cinema è una comunità frastagliata, composita – in quanto formata da gente sostanzialmente libera – e basata soprattutto sui rapporti interpersonali, di familiarità, d’amicizia e conoscenza, e sulle relazioni generate dalla frequentazione sui set e negli studi, più che su associazioni di categoria, sindacati e organismi federativi.

ASSOCIATI


La particolare conformazione del settore, contraddistinta da tante specializzazioni e da un forte apporto creativo, ha alimentato lo sviluppo di libere unioni professionali, i cosiddetti sodalizi di mestiere, impegnate più alla valorizzazione e qualificazione della professione e allo sviluppo formativo di chi la svolge che ai fini di una rappresentatività “giuridica” della categoria o degli addetti associati in un determinato segmento d’attività. Più organizzazioni culturali e tecniche insomma, come si verifica di norma negli ambiti delle opere d’ingegno, che organismi di natura e a scopi sociali o sindacali. E alcune, come l’Anac-Associazione nazionale autori cinematografici, si sono conquistate con le loro iniziative un ruolo di primo piano nella storia e nell’evoluzione della cinematografia nazionale. L’Anac, guidata da Ugo Gregoretti e Citto Maselli, in particolare si è sempre impegnata nella difesa della libertà d’espressione e nella tutela dei diritti di proprietà, secondo le finalità espresse fin dalla fondazione nel 1950 ad opera di un gruppo di “scrittori del cinema” che comprendeva Age-Agenore Incrocci, Alessandro Blasetti, Mario Camerini, Ettore G. Margadonna, Furio Scarpelli e Cesare Zavattini. Le associazioni sono tuttavia anche soggetti economici quando si dotano di organi d’informazione, fondano riviste, promuovono e gestiscono scuole o corsi di specializzazione, diventano partner nell’organizzazione di festival, istituiscono premi professionali, svolgono cicli di proiezione o altre manifestazioni aperte al pubblico.
La loro tipologia è abbastanza variegata e non suffraga classificazioni schematiche. Ciò che sembra caratterizzarle, indipendentemente dall’eventuale forza delle adesioni che raccolgono e dei numeri di iscritti, è l’attenzione alle tematiche professionali, ai contenuti e ai valori delle prestazioni fornite, in definitiva all’adeguato riconoscimento dell’apporto con cui le diverse categorie contribuiscono al successo delle singole opere e, più in generale, all’affermazione del cinema italiano. Se traspaiono alcune affinità, è proprio in virtù di questa mission, che porta comprensibilmente le associazioni dei quattro principali ambiti (creativo, artistico, di scena e tecnico) a un’implicita sintonia nella difesa e nella valorizzazione dei ruoli professionali a fronte di un’evoluzione del mercato che tende, con i suoi processi d’integrazione multimediale, a standardizzare determinate fasi di realizzazione comprimendo spazi d’espressione d’acquisita discrezionalità. Nate quasi tutte espressamente nel comprensorio della produzione cinematografica, nel tempo hanno comunque aggiornato la loro ragione sociale, aggiungendo significativamente nelle loro sigle il termine “audiovisivo” di più largo respiro e maggiore aderenza al contesto operativo. Si possono sinteticamente ricondurre all’area creativa (oltre all’Anac) Fai-Federazione italiana autori, Sns-Sindacato nazionale scrittori (cui aderisce parte degli autori e soggettisti), Unupadec- Unione nazionale unitaria professionale autori drammatici e cinematografici e Aidac- Associazione italiana dialoghisti adattatori cinetelevisivi; all’artistica Aic-Associazione italiana autori della fotografia cinematografica (93 membri), Amc-Associazione del montaggio cinematografico e audiovisivo (323), Asc-Associazione italiana scenografi costumisti e arredatori (188); a quella di scena Anad-Associazione nazionale attori doppiatori e Adap-Associazione doppiatori attori pubblicitari; alla tecnica l’Aiarse-Associazione italiana aiuto registi segretarie edizione, l’Apai-Associazione del personale di produzione audiovisivo italiano, Aits-Associazione italiana tecnici suono (77, di cui 37 tecnici di presa diretta, 29 microfonisti, 9 montatori del suono e 2 tecnici di effetti speciali sonori), Aiat-Sfx (Associazione italiana autori e tecnici effetti speciali di scena, Aitr-Associazione italiana tecnici ripresa (116 suddivisi in 22 operatori di ripresa, 48 assistenti, 32 aiuti, 11 operatori di macchina e steadycam, 3 video assist) Anacinetv- Associazione nazionale attrezzisti cinetv, Antepac-Associazione nazionale truccatori e parrucchieri cinematografici, Emic-Elettrricisti macchinisti italiani cineaudiovisivo, Anagruc- Associaizone nazionale autisti gruppisti cinematografici (questi ultimi otto organismi , insieme con Aic, Amc e Asc, si sono affiliate dando vita anche a un’ulteriore organizzazione di rappresentanza più generale: la Fidac-Federazione italiana delle associazioni cineaudiovisive).

SINDACALIZZATI


Soggetti economici a pieno titolo vanno considerati invece i sindacati di categoria, firmatari con le organizzazioni imprenditoriali degli accordi che regolano a livello nazionale le attività di tutti gli addetti del sistema cinema. Il loro numero è sostanzialmente contenuto, a dispetto dell’oggettiva complessità professionale del settore, che emerge tuttavia con evidenza proprio dai contenuti dei contratti, fra i più minuziosi in assoluto dell’intero panorama lavorativo nazionale. Date la particolare struttura produttiva e soprattutto le numerose e profonde specializzazioni tecniche coinvolte, oltre a fissare nel dettaglio i profili e le qualifiche di tutte le figure coinvolte nella produzione (specialmente per le troupes e maestranze di set e spesso con distinzioni assai sottili) arrivano anche a definire un protocollo per molte delle operazioni – e delle loro singole fasi – che fanno parte del processo di realizzazione.
Obiettivo: individuare e codificare parametri di lavorazione per stimare i relativi tempi di lavoro e quindi quantificare i compensi di riferimento e le corrispettive retribuzioni minime di base. Il problema di fondo è che la predominanza delle collaborazioni occasionali o tutt’al più a progetto e di breve-brevissimo periodo nella tipologia delle prestazioni impone quasi sempre una parametrazione a giornate e per singole ore degli apporti di artisti e tecnici, comportando di conseguenza l’esigenza di valutare e monetizzare le “spezzature” d’impiego ricorrendo alle unità di misura più piccole, quali i metri di pellicola, i rulli e le righe o la durata degli eventuali suoni (emessi per esempio in sede di doppiaggio) per i testi recitati.
In genere il tasso di sindacalizzazione della produzione cinematografica non è considerato elevato e sugli organi d’informazione italiani suscitano maggiore interesse le vertenze contrattuali, molto dure e pubblicizzate di Hollywood che quelle domestiche, peraltro rare. Eppure il Sai-Sindacato attori italiani è fra i più ricchi di storia, essendo erede delle società di mutua assistenza nate dopo il riconoscimento nel 1865 di una posizione giuridica per l’attore – che ha reso possibile la disciplina dei rapporti di lavoro e la tutela dei diritti primari – e delle prime vere forme di rappresentanza come la Lad-Lega degli artisti drammatici (firmataria del primo contratto unico di lavoro) e la Lega di miglioramento attori drammatici, promotrice del primo sciopero (nel 1919, contro i capocomici). È di trent’anni dopo la sua rifondazione con la sigla Sindacato nazionale attori di prosa, modificata nel 1960 in Sai-Società attori italiani e nell’attuale nel 1976, al momento dell’affiliazione alla Cgil-Confederazione generale italiana del lavoro nell’ambito del Slc-Sindacato lavoratori della comunicazione.
Ha avuto fra gli esponenti più attivi artisti come Achille Majeroni, Cesare Dondini e Ruggero Ruggieri, poi Vittorio De Sica, Anna Magnani, Gino Cervi, Giancarlo Sbragia, Enrico Maria Salerno, Saturnino Manfredi, Arnoldo Foà e Marcello Mastroianni e fra le “conquiste” più importanti conta la tutela del cosiddetto diritto connesso e il conseguente riconoscimento dei compensi legati alle riproduzioni audiodio-visive, con la nascita nel 1977 dell’Imaie (Istituto mutualistico artisti interpreti esecutori) ora al centro di un tormentato processo di riforma, e il contratto collettivo nazionale per il doppiaggio.
Guidato a lungo da Pino Caruso e presieduto oggi da Massimo Ghini, con segretario generale Maurizio Feriaud, è affiliato alla Fia-Federazione internazionale degli artisti, organizzazione internazionale che raggruppa oltre 100 sindacati e associazioni del mondo, e nell’ambito della Cgil sta preparando la formazione della Federazione degli artisti insieme con Siam-Sindacato italiano artisti della musica e Silf-Sindacato italiano lavoratori del fumetto, del disegno animato e della comunicazione visiva.
Anche le altre due grandi centrali nazionali Cisl-Confederazione italiana sindacati lavoratori e Uil-Unione italiana del lavoro contano comunque proprie rappresentanze degli addetti del cinema, accorpate anch’esse agli organismi del settore comunicazioni Fistel-Federazione informazione spettacolo telecomunicazioni e Uilsic-Unione italiana lavoratori spettacolo informazione cultura (a titolo di cronaca va rilevato che si ha conoscenza del numero di iscritti solo per la FisTel: 55.523 sui 704.962 complessivi che la Cisl conta nell’industria e sui 4.507.486 totali). Sono attive inoltre le due organizzazioni autonome LiberSind ConfSal e Confils- Confederazione italiana lavoratori dello spettacolo e della comunicazione.

ASSISTITI


Nel giugno 2007 a Strasburgo il Parlamento europeo ha approvato una risoluzione in merito all’esi genza “di definire un nuovo status degli artisti” dei paesi membri dell’Unione e di “sviluppare un quadro giuridico e istituzionale al fine di sostenere la creazione ar tistica mediante l’adozione o l’attuazione di una serie di misure coerenti e globali che riguardino la situazione contrattuale, la sicurezza sociale, l’assicurazione malattia, la tassazione diretta e indiretta, la conformità alle norme europee”. L’impegno messo agli atti e rivolto, per la sua attuazione, all’esecutivo della Commissione europea di Bruxelles nasce dalla pressione che le associazioni rappresentative delle professioni artistiche esercitano da tempo per intervenire a favore delle attività culturali e artistiche in considerazione soprattutto dei processi d’integrazione e globalizzazione multimediale e degli sviluppi dell’Ict (information communication technology) che minacciano le specificità culturali degli stessi paesi comunitari, mettendo in particolare a dura prova la salvaguardia e tutela dei diritti d’autore e d’opera e le stesse condizioni socio-economiche delle categorie artistiche e creative e del lavoro intellettuale in genere.
Il fatto che questi appelli siano stati accolti a livello istituzionale in sede europea conferma la presenza diffusa nel vecchio continente delle criticità che attraversano il settore e coinvolgono chi vi lavora, anche se in forme e dimensioni diverse. L’Italia è fra i paesi che per primi e con maggiore intensità hanno avvertito il problema e in cui le preoccupazioni – alla luce dell’involuzione che ne avvolge il mercato del lavoro e dei relativi riflessi sul sistema occupazionale (testimoniati del resto dalle statistiche e dai dati esposti anche in questo rapporto) – sono più vive. Anche perché a giudizio degli operatori e delle loro organizzazioni professionali la condizione di diffuso disagio sconta, a differenza di quasi tutte le altre realtà nazionali d’Europa, “un trattamento previdenziale, assistenziale e fiscale penalizzante”.
Viene lamentata soprattutto la disattenzione delle istituzioni politiche, che per legge regolano sia i regimi tributari sia di welfare state, quali i trattamenti e i servizi gestisti da Enpals. Sul versante fiscale l’accento viene posto ad esempio sull’applicazione del regime che regola l’imposizione tributaria dei professionisti, però con forti limitazioni – ritenute discriminatorie – alla possibilità di portare in detrazione gran parte delle spese sostenute per lo svolgimento dell’attività. È poi giudicata “vessatoria” per le categorie professionali artistiche e dello spettacolo una serie di norme che fanno parte del capitolo welfare, dalla mancanza in generale di ammortizzatori sociali (e l’assenza in particolare di indennità di disoccupazione) alla normativa che regola gli interventi di sostegno e assistenza in caso di malattia o d’infortunio. Su queste versante opera solo la Calt-Cassa assistenza lavoratori troupes di scena, promossa da Cgil, Cisl e Uil, ma autonoma e attiva limitatamente al suo specifico ambito di lavoratori.
In merito al trattamento previdenziale in vigore il problema principale sollevato riguarda invece il fatto che non rientra nel cosiddetto sistema contributivo (pensioni commisurate ai versamenti effettuati negli anni d’impiego) ma in quello retributivo, dove la retribuzione giornaliera sottoposta a contribuzione è convenzionale – può arrivare fino a 620 euro – mentre quella effettivamente considerata per calcolare il trattamento liquidato dall’ente al momento della pensione non tiene conto di quanto realmente versato e si attesta a un livello nettamente inferiore: circa 210 euro. Sulla parte eccedente di 380 euro è tuttavia applicata un’ulteriore ritenuta del 5% destinata al fondo di solidarietà dell’istituto, i cui conti in effetti appaiono (a 60 anni dalla costituzione) in ottimo stato. Con oltre 265 mila contribuenti di tutti i settori, il numero delle pensioni erogate nel 2007 sono risultate 55.109 (diventate 54.634 nel 2008, in decremento di 1.180, pari al 2,1%, negli ultimi cinque anni) per una spesa globale di 832,7 milioni di euro – corrispondente a una media unitaria di 14,08 mila euro – a fronte di entrate per 1.035,3 milioni e un avanzo positivo di gestione per 202,6 milioni (1.169,8 milioni quello di amministrazione; 1.876,8 il patrimoniale e 751,0 la consistenza di cassa).10
Si tratta di aspetti di carattere socio-economico che completano il quadro del mercato del lavoro in cinematografia e che meriterebbero con ogni probabilità un approfondimento, soprattutto in tema di trattamenti previdenziali, che ne sono una componente indubitabilmente importante. La disponibilità dei dati Enpals si limita però a bilanci di cassa complessivi, senza riferimenti ai rendiconti relativi ai singoli settori di attività. Le indicazioni che si possono ricavare sull’attività del 2008 corrispondono quindi alla media – a partire dall’età di 72,3 anni – di tutti gli assistiti e la loro valenza è quella di fornire a grandi linee una mappa delle prestazioni di massima che il regime previdenziale Enpals prevede ed eroga per contribuenti e iscritti delle categorie professionali del cinema.11
Le pensioni dirette rappresentano il 71% di tutti i trattamenti previdenziali Enpals in corso e sono 38,7 mila (prevale la presenza maschile con il 62,0%) con un importo medio annuo di 16,85 mila euro che varia secondo le sue tre diverse tipologie: anzianità 23,28 mila; vecchiaia 13,44 mila; invalidità 9,38 mila; mentre quelle indirette (29%) sono 15,8 mila (predomina la componente femminile con il 93,3%) per un importo medio di 8,68 mila euro all’anno, da cui non si discosta quello delle due tipologie – superstiti di assicurato o di pensionato – che la compongono. Il 50% dei trattamenti si situa tuttavia al di sotto di 10.517 euro all’anno (809 euro al mese, media fra 1.813 per quelli di anzianità, 673 di vecchiaia, 520 di invalidità e 576 degli indiretti). Dalla suddivisione per decili risulta inoltre che nella prima classe – con assegni mensili da 351 a 450 euro – è compreso il maggior numero globale di pensionati: 11.640 (21,3% del totale), 5.259 dei quali titolari di integrazioni ai minimi di legge (443,12 euro al mese) a fronte dei 4.857 della decima fascia, la più alta che parte da una base mensile di 2.151 euro e che è anche la seconda per consistenza. Dalla seconda alla nona (1.951-2.150 euro) l’andamento è infatti costantemente decrescente. Per quanto concerne la specifica area dei trattamenti diretti di anzianità è proprio la decima ad annoverare la quota maggiore di posizioni (22,0% pari a 3.241 pensionati), mentre per quelli di vecchiaia il valore principale (19,2% corrispondente a 3.033 posizioni individuali) torna a riferirsi al primo decile.
Tutti gli elementi sociali ed economici mostrano in sostanza un generale allineamento con le coordinate principali del mercato del lavoro e sembrano confermare come un’analisi in profondità possa dare un quadro insospettato dell’universo professionale del cinema italiano. Osservandolo da una inquadratura panoramica, l’immagine che si ricava pare più simile a quella restituita sullo schermo da un obiettivo fisheye piuttosto che grandangolare, perché non consente di leggere e percepire i tratti più specifici. Quando lo si esamina da vicino quelle stesse caratteristiche assumono invece i loro reali colori e contorni; autentici, anche se appariscenti e marcati come enfatizzati per artifizio da una lente convessa.


10 Fonte: Report Direzionale 2007, a cura dell’Ufficio organizzazione e controllo gestione dell’Enpals- Ente nazionale di previdenza e assistenza per i lavoratori dello spettacolo e dello sport; Roma 2008.
11 Fonte: Le prestazioni istituzionali dell’Enpals-Anno 2008. Sintesi e commento, a cura del Coordinamento statistico-attuariale dell’Enpals; Roma 2009.

 

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