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Quarta parte - INTEGRATI E CONCENTRATI
LA FORZA DI UNA CLASSE
Capitolo 6 - Gruppi e aziende: le principali realtà
Holding e gruppi dominanti
Il primo tratto ricorrente è per la sua natura tale da connotare l’intero scenario. A conferma di un’impronta storica (verrebbe da dire atavica) che conforma la cinematografia, dall’analisi dei profili societari condotta attraverso la banca dati delle Camere di commercio emerge in effetti, chiaramente, la forza di una “classe”, ossia l’influenza che i maggiori operatori, quelli di vertice, possono esercitare sul settore. In particolare, grazie al modello organizzativo e gestionale impostato su una struttura a rete, che con la presenza di proprie imprese nei vari comparti consente oltre a una pressoché completa autonomia produttiva anche un controllo esteso sul sistema e penetrante sul mercato, nelle fasi sia di distribuzione sia di vendita diretta e indiretta (quale può essere considerata la cessione dei diritti sulla proprietà o sull’utilizzo delle opere realizzate).
La quota di aziende appartenenti a un medesimo gruppo è nel cinema superiore a quelle riscontrate in altre realtà imprenditoriali del paese nell’industria e nel terziario (tabella 1). Al di là della rilevazione statistica sul numero di imprese che fanno capo o sono legate finanziariamente a un medesimo gruppo, non si rivela tuttavia facile ricostruire le reali dimensioni economiche sia del fenomeno nel suo complesso sia del volume d’affari cumulato da ogni singola holding grazie alle attività realizzate nei diversi comparti. Soltanto il 50% di queste “conglomerate” del cinema redige infatti, oltre ai bilanci delle rispettive società, anche quello consolidato, ossia il rendiconto che nel riassumere i vari ricavi ottenuti nel corso d’anno considera anche i rapporti economici infragruppo, rettificandone eventuali sovrapposizioni o duplicazioni. Per l’altra metà dell’universo di riferimento occorre affidarsi di conseguenza a una rielaborazione (formalmente “empirica”) delle poste messe a bilancio dalle rispettive aziende controllate o collegate.




Elaborazione su dati Cerved.
* L’ultima rilevazione disponibile data a fine 2006 – Il gruppo è definito con riferimento ai legami finanziari sussistenti fra holding capogruppo e rispettive controllate o collegate, risultanti dai bilanci depositati al Registro delle imprese – “Attività ricreative culturali e sportive” è, secondo la codifica Ateco, il macrosettore d‘appartenenza della cinematografia .

I dati esposti nella tabella precedente restano tuttavia estremamente significativi e avvalorano la ricerca di offrire per la prima volta con questo rapporto un quadro analitico delle principali realtà rappresentate dalle holding italiane ed esteri presenti sul mercato nazionale. La tavola successiva è stata così redatta, pur senza oggettive pretese di esaustività, attraverso uno screening dei rendiconti societari il più completo possibile e la successiva selezione delle imprese legate o collegate finanziariamente a un gruppo, quindi con l’elaborazione dei dati raccolti dai bilanci disponibili del campione prescelto.
Con un’ulteriore avvertenza: l’ordine di classificazione seguito è improntato soprattutto a un obiettivo di chiarezza espositiva e parlare di pura graduatoria apparirebbe improprio. Nessun repertorio riepiloga le cifre di fatturato di ogni singola impresa e risulta davvero problematico riscontrare individualmente tutti i rendiconti delle migliaia di società di capitali attive e registrate alle Camere di commercio per poi stilarne un’esatta disposizione secondo l’ammontare dei rispettivi ricavi. Stati patrimoniali e conti economici delle singole aziende non sono inoltre necessariamente uniformi: nonostante la presenza di principi contabili fissati per legge e dalle normative amministrativa e fiscale, la loro interpretazione e applicazione – come insegna la pratica finanziaria – non sono mai univoche. In particolare per quanto si riferisce all’imputazione dei proventi secondo le diverse attività svolte.
La stessa consuetudine di analisi finanziaria testimonia tuttavia quanto sia fondamentale costruire un’iniziale classificazione specifica del campo di ricerca (e il prospetto che segue ne è un esempio applicativo) per pervenire a un suo eventuale, ulteriore completamento.



Elaborazione su dati e bilanci Cerved, Infocamere-Registro delle imprese e Borsa Italiana per le società quotate Rai, Mediaset e Mondo Tv.
* Il bilancio Mediaset è consolidato in quello della holding Fininvest ma non redige a sua volta un bilancio consolidato
** I dati finanziari riportati corrispondono a quelli attinenti le sole attività cinematografiche (mentre il numero dei dipendenti – ove non si è dimostrato possibile ricostruirne la specifica ripartizione - è riferito al complesso delle attività)
*** L’anno di esercizio di Sony, The News Corporation (20th Century Fox), Filmauro e Giometti non coincide con i dodici mesi di quello solare dall’1 gennaio al 31 dicembre e i rispettivi bilanci vengono chiusi il 31 marzo, il 31 maggio, il 30 giugno e il 31 agosto di ogni anno. I rendiconti del Gruppo Furlan Cinecity sono relativi al 2006.

A parte le oggettive implicazioni del lavoro di reperimento, elaborazione e valutazione dei valori da considerare, questo schema di graduatoria fornisce con le sue indicazioni generali un quadro di prima istanza dello stato del cinema italiano (a riscontro e vaglio concreto peraltro di temi e tesi dibattuti prevalentemente sul piano dialettico) e rappresenta una sintesi della composizione – con relativi assets – del suo mercato dell’offerta e dei suoi leader. Soprattutto per quanto concerne il grado di integrazione e concentrazione che demarca l’upper class del settore, il cluster che sta al vertice della piramide dell’intera filiera.
Lo dimostra una prima, semplice considerazione: il valore della produzione delle sole prime 10 corporates in campo strettamente cinematografico (oltre 2.010 milioni) supera il volume di entrate che le consuete rilevazioni sui consumi in tema di spettacolo e di intrattenimento accreditano globalmente, come mercato della domanda, al cinema. Questo sta a significare che l’attività economica generata in concreto dalla cinematografia in Italia è fisicamente e fisiologicamente di gran lunga superiore a quanto abitualmente reputato.
Occorre sottolineare anche che la struttura di gruppo deriva da scelte ed esigenze di natura organizzativa, gestionale e talvolta finanziaria, ma non coincide necessariamente con la classe più alta della scala dimensionale. Corrisponde in sostanza a una concezione della strategia di presenza sul mercato che può prescindere dalla relativa “grandezza” del business condotto, come è il caso peraltro degli ultimi gruppi indicati nel quadro di sintesi. Vi sono per contro società no holding, senza imprese collegate e controllate o sussidiarie, che vantano a volte (come si potrà constatare in seguito) fatturati superiori; così come molte delle stesse società che dipendono da una capogruppo registrano singolarmente ricavi maggiori – e a volte non certo di poco – di quelli totalizzati da altri gruppi nell’insieme delle loro attività.

DUOPOLIO E MAJOR STRANIERE

La rilevanza della categoria “conglomerate” induce in ogni caso a fissare alcuni punti.
  • È motivo d’interesse senza dubbio la presenza al vertice delle due maggiori realtà nazionali della comunicazione intesa nelle sue varie forme (spettacolo, cultura, informazione, intrattenimento, attività artistiche…): una dell’area pubblica, la Rai, e l’altra in territorio privato, la capogruppo Fininvest-Mediaset, che incorpora le controllate a marchio Medusa la cui missione è presidiarne il settore cinematografico.
  • Il loro posizionamento lascia trasparire due condizioni di fondo. 1. In linea con l’evoluzione organizzativa e gestionale che innova costantemente il sistema produttivo, gli operatori di comunicazione più sviluppati hanno progressivamente ampliato negli ultimi decenni le loro sfere di attività, cercando di consolidare la propria presenza in tutti i comparti. Sulla scia della rivoluzione tecnologica, grandi complessi editoriali, cinematografici (come i “mitici” studios statunitensi) piuttosto che colossi dell’informatica e dell’intrattenimento – quali Walt Disney e Sony – si sono infatti resi conto ben presto della rapida integrazione fra le diverse forme di comunicazione e dell’opportunità di mettere a frutto i loro specifici know how anche nei segmenti contigui al loro primario oggetto sociale. 2. Così, fra acquisizioni e fusioni incrociate, incorporazioni o scalate azionarie più o meno amichevoli, le maggiori compagnie hanno via via esteso il loro interesse dal core business iniziale ai mercati paralleli della comunicazione (il cosiddetto info-entertainment) incarnando sotto l’aspetto dimensionale, manageriale e finanziario e soprattutto in termini di marketing il tipico ruolo delle corporation – multinazionali e globali ante litteram – teorizzato dai guru storici Joseph Schumpeter, Alfred P. Sloan, Igor Ansoff e Alfred Chandler.
  • In particolare cinema e tv, insieme con la graduale convergenza degli standard tecnici, hanno visto anche avvicinarsi l’uno all’altro – seppure gradualmente – il loro originario concept ideativo e realizzativo. E in Italia questa circostanza è stata accentuata da una seconda condizione di base. Nel caso di Rai e Fininvest-Mediaset, ormai da un quarto di secolo, sussiste la possibilità di contare su una notevole forza economica che il peculiare assetto del sistema televisivo nazionale ha loro concesso con la formazione di quel duopolio storico che costituisce una situazione del tutto speciale sulla scena internazionale. La loro capacità di raccolta delle risorse generate dal mercato pubblicitario ha creato in effetti una rendita di posizione favorevole per finanziare lo sviluppo e tale da metterle in grado di sostenere un’espansione altrimenti assai più problematica e rischiosa.
  • Soltanto in Brasile, Portogallo e Polonia, fra le 40 nazioni più sviluppate del mondo, la quota di investimenti in pubblicità sul canale televisivo supera oggi quella registrata in Italia, pari al 53,5% dei quasi 8,6 miliardi di euro che secondo la più recente indagine Nielsen corrispondono alle uscite globali delle aziende per spot e annunci su tutti i media nel 2008 (si tratta oltretutto del rapporto più basso di tutti gli ultimi 25 anni, nel corso dei quali è oscillato mediamente fra il 58% e il 55%). L’altro quinto stato in cui la percentuale oltrepassa la soglia del 50% è il Giappone, mentre nei restanti 35 casi la spesa in advertising sostenuta dagli inserzionisti sulle reti televisive resta sempre inferiore non solo al 50% ma anche a quella effettuata su altri singoli mezzi di comunicazione, a partire dalla stampa quotidiana e periodica.1
In valore assoluto il monte investimenti italiano occupa nella hit parade mondiale il settimo posto, minacciato solamente ora dalla massiccia crescita della Cina. E come noto in Italia oltre l’80% (in certi anni anche sopra l’87%) di queste risorse della pubblicità in video è stato costantemente destinato alle sei reti dei due grandi poli – pubblico e privato – televisivi.
  • Al duopolio Rai-Mediaset che primeggia fa tuttavia da contraltare il fatto che gli altri otto operatori presenti nelle prime dieci posizioni fanno capo ad azionisti e capitali a totale maggioranza stranieri: Sei proprietà sono di nazionalità statunitense, una anglo-australiana e una giapponese. È la conferma del predominio che i gruppi media d’oltreoceano esercitano da decenni sul mercato europeo, dal momento che a cinque di queste holding appartengono attualmente i marchi e gli studios che hanno fatto la storia di Hollywood e del cinema internazionale.
  • È da rimarcare inoltre l’entità del volume d’affari di The Walt Disney Company, la capogruppo italiana per il cinema (film, cartoni animati e documentari di Disney Nature) che fa capo alla subholding internazionale Walt Disney Studios. All’importo di 314,15 milioni non è stato fra l’altro aggiunto – per mancanza di dati appropriati – alcun altro provento, sebbene la consociata The Disney Store Italia, che si occupa del merchandising di tutto il gruppo di Burbank, vanti in catalogo molti prodotti indissolubilmente correlati alla produzione dei film e dei cartoni. L’azienda commerciale nel 2007 ha fatturato attraverso 11 punti di vendita diretti 43,26 milioni di euro, con un utile di 6,2 milioni, e le stime più attendibili accreditano a circa 17 milioni di euro il valore degli articoli “figli” della produzione cinematografica venduti in Italia. Per la cronaca, a completamento dello scenario italiano Disney, vale la pena citare pure il robusto giro d’affari della divisione editoriale The Walt Disney Co. Italia (dipendente dall’altra subholding Disney Enterprises), che realizza e vende riviste e periodici per 239,9 milioni di euro con un saldo positivo di 8,5 milioni.

STRUTTURA ORGANIZZATIVA DI RAI E FININVEST-MEDIASET

In merito alle specifiche connotazioni e alle eventuali caratteristiche che possono accomunare i vari gruppi protagonisti della cinematografia del paese appare utile valutare alcuni altri dati sommari. I due leader nazionali si sono dati ad esempio una struttura organizzativa in parte simile e in parte difforme.




Elaborazione da relazioni di bilancio su esercizi 2007 di Rai e Fininvest.

In Rai, dove l’organigramma è d’impostazione funzionale e basato essenzialmente sulle tipologie di attività svolte, convivono cinque aree principali: Editoriale Tv; Editoriale Radiofonica; Nuovi Media e Dit; Commerciale; Trasmissione. La prima concentra il business più “corposo” della holding pubblica che fa capo al ministero dell’Economia (soltanto una quota pari allo 0,44% è detenuta da Siae) e contempla a sua volta quattro divisioni: Reti, Informazione, Supporto tv, Generi. È a quest’ultima che appartengono le due società dedicate con cui Rai opera nel settore, Rai Cinema e la controllata (al 100%) 01 Distribution, che tuttavia non ne esauriscono l’impegno, perché ad altre due entità – Sipra e Rai Trade, che compongono l’area commerciale – è delegata la gestione degli interessi sul fronte rispettivamente della raccolta pubblicitaria (product placement per i film prodotti o distribuiti e spot o annunci da proiettare nelle sale) e della vendita dei diritti.
  • La fisionomia di Mediaset ricalca invece l’impronta più pragmatica e se si vuole “privatistica” della conglomerata Fininvest (posseduta pressoché integralmente dalla famiglia Berlusconi attraverso una serie di Holding finanziarie distinte soltanto dalla loro numerazione progressiva), dove l’espansione e la diversificazione delle attività è avvenuta nel tempo attraverso acquisizioni e incorporazioni e il presidio di ogni settore o comparto riveste forma societaria.
    Controllata al 39,76% dal “biscione” e quotata alla Borsa di Milano con un flottante pari al 60,24% delle azioni (37% in mano a investitori esteri e 23% italiani), Mediaset è infatti una subholding, per l’area televisione e cinema, così come lo sono Mondadori (posseduta al 50%) per l’editoria e Mediolanum (35%) per i servizi finanziari, entrambe quotate al listino di Piazza Affari, e poi Milan (100%) per lo sport e Teatro Manzoni (100%) per il teatro. E rientrano nel suo ambito operativo cinque aziende capofila: Rti (Reti televisi italiane), che incorpora il core business istituzionale delle tv e dei prodotti cine-video; Publitalia ’80 per la raccolta pubblicitaria; Telecinco (unica non partecipata integralmente, fermandosi la quota al 50,13%) che è in pratica la fotocopia di Rti per la Spagna; poi Mediaset investimenti spa e Mediaset investment sarl quali “cassaforti” di tutte le proprietà e partecipazioni estere.
  • Per individuare le imprese cinematografiche bisogna quindi scendere dal secondo e terzo livello di Mediaset e Rti al quarto, dove si incontrano le imprese propriamente operative, come Medusa Cinema, Medusa Multicinema, Medusa Video (tutte controllate al 100%) e Med Due srl – collegata al 75%, data la partnershilp al 25% con il produttore Pietro Valsecchi che ha ceduto nel novembre 2007 la sua Tao Due – nel cui alveo sono collocate, in pratica al quinto gradino, Cinecittà Digital Factory (15%), una recente iniziativa avviata in collaborazione con la holding pubblica, e quella Medusa Film (100%) che prima aveva in grembo tutte le attività cinematografiche, passate poi per incorporazione in Rti con un’operazione infragruppo che è stata valutata a bilancio in 152 milioni di euro, posti in carico a Rti. Anche in casa Fininvest pubblicità e diritti per il grande schermo sono in ogni caso affidate a società fuori dallo stretto perimetro cinematografico, ossia a Publitalia ’80 e alla stessa Rti. A Mediaset fanno comunque capo anche altre società attive nel settore, come Cinematext Media Italia (535 mila euro di ricavi nel 2007) e le spagnole Telecinco Cinema Sau (19 milioni) e Cinematex Media sa (1,7 milioni).
  • Matrici organizzative a parte, il modello di business di Rai e Fininvest-Mediaset nel cinema è pressoché simile, in rispondenza a un percorso analogo che le ha viste integrare alla missione istituzionale della tv anche la produzione filmica, in tempi abbastanza vicini: Medusa è stata acquistata alla fine del 1995 dall’allora Silvio Berlusconi Communications direttamente dal fondatore (1988) Franco Poccioni (padre di Marco, co-fondatore con Marco Valsania dell’attuale Rodeo Drive), ma si è sviluppata soprattutto fra il 1999 e il 2000 quando ha stretto vari accordi di collaborazione in Italia (in particolare con l’ex Cecchi Gori Group) e all’estero; Rai Cinema nel dicembre 1999 e 01 Distribution nel giugno 2001. Con obiettivi peraltro convergenti: da un lato far meglio fronte alle norme europee sulle quote di programmazione tv da destinare a prodotti nazionali; dall’altro sfruttare le sinergie realizzabili tra le due attività audiovisive, dal piano ideativo a quello commerciale. Fininvest- Mediaset ha semmai compiuto un passo in più, impegnandosi direttamente nell’esercizio, dove conta dieci multischermi, anche in virtù di un certo know how immobiliare della casa-madre e di un radicamento territoriale consolidato in determinate aree geografiche del Nord.




Elaborazione sui dati dei bilanci 2007. * B&D Holding non redige un rendiconto e i ricavi sono stati stimati in base ai fatturati delle quattro principali subholding che ne fanno parte.


ASSETTO E ORGANIZZAZIONE DELLE MAJOR

Integrazione e concentrazione delle strutture nei due leader nazionali si attestano comunque a un grado ancora inferiore rispetto alle major straniere, dove gli assets cinematografici sono parte non solo di un apparato produttivo più esteso che abbraccia tutte o quasi le attività di comunicazione e intrattenimento (Disney, Aol Time Warner, Viacom, The News Co. di Rupert Murdoch), ma di un agglomerato societario che comprende anche altri macrosettori (Sony, General Electric) di una complessità che, a volte, può sorprendere. Soprattutto alla luce del fatto che durante la loro progressiva espansione le major statunitensi per circa mezzo secolo avevano sempre mantenuto a capo delle operazioni gli studios, cioè le rispettive società che controllavano e incorporavano fisicamente (verrebbe da dire logisticamente) produzione e realizzazione dei film. A metà degli anni Settanta del secolo scorso è però cominciata quella trasformazione – prima graduale e secondo progetti industriali, poi incrementale e ispirata dall’euforia finanziaria dei tempi – che ne ha sospinto il baricentro sempre più lontano. Da centripeto il movimento è diventato centrifugo.
Non si è trattato tuttavia di un fenomeno a senso unico. Perché la crescita forzata indotta dalla logica competitiva (e imitativa), che innesca spesso i processi economici più rilevanti e delicati, ha seguito la legge dell’attrazione anche alla base del sistema cinema, portando all’aggregazione intorno agli ex studios – con acquisizioni, fusioni o alleanze di vicendevole interesse – di un numero crescente di compagnie, case di distribuzione e imprese prima indipendenti. Anche molti di quanti hanno voluto conservare una certa autonomia si sono poi comunque affiancati loro attraverso accordi, intese, agreements e collaborazioni di vario tipo, secondo un ruolo che a Hollywood viene genericamente definito con il termine abituale di sub-contractor e che comincia a essere riprodotto in Italia. È proprio con una serie di strategiche joint venture finanziarie del valore di 1 miliardo di dollari con le case di otto star hollywoodiane (fra le quali Smockhouse productions di Gorge Clooney, Saturn di Nicolas Cage, JC23 di Jim Carrey e Plan B di Brad Pitt) che il produttore indiano Anil Ambani sta cercando per esempio con la sua Reliance di Mumbbi di conquistare il mercato internazionale.2
  • Sono le regole del mercato. In similitudine e nella sostanza è quanto avvenuto appunto successivamente anche in Italia; dove Rai e Fininvest-Mediaset continuano però a rapportarsi a un concept di business che ha il suo range di riferimento nella multimedialità editoriale e di comunicazione, senza prospettive per ora (a parte certi approcci della News Corporation di Rupert Murdoch con la galassia Berlusconi) di coinvolgimenti in ulteriori incorporazioni e diversificazioni.
  • La pianta organizzativa, per quanto schematica, delle attuali sei major tracciata nel prospetto successivo cerca di tratteggiare la linea di collegamento fra gli headquarters centrali e le società che sovrintendono al settore cinema a livello di gruppo, di mercato europeo e nazionale, fino a quelle propriamente operative.
  • Per quanto si sia soliti identificare le major con Hollywood, definita anche la capitale mondiale della celluloide (oltre che della tv e della radio Usa), va preso atto che di veri quartieri generali del cinema internazionale nel sobborgo – 200 mila abitanti – a nord di Los Angeles non ne sono rimasti molti. Delle attuali case madri oltretutto la Sony è giapponese e News Co. anglo-australiana. E fra le grandi compagnie di produzione che ancora vi effettuano realmente le registrazioni l’unica è Paramount, proprio la più vecchia.
    Mentre i marchi hollywoodiani restano fulgidi, è difficile oggi ritrovare le tracce dell’eredità imprenditoriale lasciata da chi li ha creati, dagli artefici cioè del periodo d’oro di Hollywood, tra gli anni Trenta e Cinquanta, marcato da The Big Five Paramount, Mgm-Metro-Goldwyn-Mayer, Warner Bros, Rko e 20th Century Fox, alle quali facevano da ancelle le mini-major Columbia, Universal e United Artists, le cosiddette Little Three, che occupavano un posto di secondo piano poiché, non avendo proprie sale cinematografiche, non controllavano tutto il ciclo industriale costituito da produzione, distribuzione ed esercizio di sale, come facevano praticamente in regime di monopolio esclusivo le cinque major.
  • Basta pensare ai tanti passaggi di mano avvenuti nel tempo e ai cambi di filosofia aziendale che li hanno accompagnati. Prima che di Sony, Columbia ad esempio è stata di proprietà perfino della Coca-Cola dal 1982 al 1987, quando diede vita con l’Hbo di Time Inc. e il grande network tv Cbs a quella Nova Pictures che sarebbe poi diventata TriStar. L’United Artists, fondata nel febbraio 1919 dai quattro grandi attori e registi Charles Chaplin, Douglas Fairbanks, Mary Pickford e D. W. Griffith (era la prima volta che gli artisti prendevano le redini di una compagnia e li definivano “I matti che si sono impossessati del manicomio”), dopo essere stata assorbita da Mgm sotto il peso dei debiti accumulati per il costoso flop del 1980 di “I cancelli del cielo”, di Michael Cimino, e nelle mani di Ted Turner per 74 giorni (nel 1986) è passata all’inizio degli anni Novanta assieme alla “casa del leone” attraverso il fallimento della cordata formata da Giancarlo Parretti e Florio Fiorini, con l’appoggio della banca francese Credit Lyonnais, prima di approdare finalmente alla stessa Sony, che ha come socio di minoranza un’altra multinazionale, la Comcast Corporation.
    La Pixar, nata inizialmente come divisione della LucasFilm di George Lucas, è stata acquistata nel 1986 da Steve Jobs, co-fondatore della Apple Computer, e poi da questi ceduta nove anni dopo alla Walt Disney, che ne ha tratto linfa vitale per ridare slancio innovativo a tutta la sua produzione E alla corporation di Burbank, sempre in California, era finita nel 1993 la compagnia creata soltanto 14 anni prima dai fratelli Harvey e Robert “Bob” Weinstein, quella Miramax – dal nome dei loro genitori, Max e Mira – che è stata protagonista dell’ultimo vero grande exploit dell’industria cinematografica da 30 anni a questa parte, in grado di rinverdire i fasti del periodo d’oro (ma i fratelli Weinstein nel settembre 2005 hanno sciolto ogni loro legame con la Disney).




    Elaborazione su annual report delle società e su dati di “Variety”. I sub-contractor indicati, peraltro in continua fluttuazione da un fronte all’altro, sono soltanto alcuni di quelli effettivamente legati alle diverse compagnie.

    Altro percorso tormentato è quello di DreamWorks SKG, studio costituito nel 1994 dal regista Steven Spielberg insieme con l’ex capo-animazione Disney, Jeffrey Katzenberg, il discografico David Geffen (sono loro le iniziali del nome in ditta) e il co-fondatore della Microsoft, Paul Allen, nella veste di investitore finanziario. Venduta nell’ottobre 2003 all’Universal Group, è stato poi acquisita nel febbraio 2006 da Paramount Pictures, controllata da Viacom, e proprio con il management della holding di comunicazioni sono nate le divergenze che hanno condotto a due soli anni di distanza Spielberg e soci a ottenerne la cessione, con un nuovo turn around, alla conglomerata indiana Reliance Big Entertainment di Anil Ambani, terzo gruppo privato del paese e numero uno di Bollywood, accordandosi però per la distribuzione con la Disney.
  • Si tratta di brevi cenni per significare che come attraverso la storia delle major di Hollywood è stata costruita gran parte dei libri di quella del cinema, così ora delle loro più recenti vicissitudini si potrebbe scrivere in più appropriati e paradigmatici manuali sulla finanza di Wall Street. E che la dimensione dell’industria cinematografica domestica, come quella europea, è diventata se possibile ancora più distante da quella assunta dalle grandi holding internazionali del film. Soprattutto perché la propulsione finanziaria che ha pervaso negli ultimi decenni l’economia ne ha consolidato la costituzionale natura di gruppi integrati, fondamentalmente funzionale oltretutto al processo di globalizzazione che ha pervaso i mercati con la contestuale disponibilità in tempo reale e in quasi ogni angolo del mondo di prodotti, opere e soluzioni tecnologiche.



    Elaborazione sui dati degli Annual reports 2008 dei gruppi indicati in base al cambio euro-dollaro (1,35) all’1 gennaio 2007.

  • Eloquente, in un prospetto già di per sé esplicito (tabella 6), è il peso quasi trascurabile che Universal Pictures finisce per rivestire all’interno di General Electric, la società numero uno al mondo con 319 mila dipendenti nei cinque continenti, 18,1 miliardi di dollari (13,4 miliardi di euro) di soli utili e la maggiore capitalizzazione di Borsa in assoluto, episodicamente minacciata da quella della Microsoft dei tempi d’oro. Anche le attività prettamente industriali svolte in Italia presentano percentuali modeste rispetto ai business di gruppo. Thomson Italy rappresenta ad esempio il 3,29% dei ricavi mondiali e il 9,11% di quelli europei, realizzati dalla casa madre nel cinema (Technicolor Italia in particolare costituisce solo il 2,5% del fatturato globale). E se Kodak Italia arriva a contare per il 4,06% sui proventi di Kodak Enterntainment Imaging, la subholding che comprende la divisione Fsp-Film system products dedicata alle pellicole per il cinema, il suo apporto al giro d’affari della holding principale, la Eastman Kodak Company di Rochester, nello stato di New York, si riduce all’1,47%.
  • Oltre a Rai e Mediaset alla Borsa valori di Milano, anche le altre capogruppo della top ten sono quotate ai listini di New York, Londra e Tokyo. Questa impostazione societaria riflette assetti organizzativi e modelli gestionali di natura complessa e ovviamente anche le dimensioni operative: si stima che le prime dieci compagnie arrivino a totalizzare circa il 37% dell’intero valore della produzione realizzato da tutte le attività generate sul mercato dell’offerta dal cinema in Italia.
Nell’altra parte del rating compare un’unica società ad aver scelto di mettere sul mercato i propri titoli: Mondo Tv spa, terza e ultima impresa di cinema – delle oltre 9 mila aziende italiane attive – ad aprire il proprio capitale a soci esterni, siano essi investitori istituzionali piuttosto che azionisti privati, quotandosi al listino Expandi di Piazza Affari. Anche Mikado appartiene a un gruppo presente alla Borsa di Milano, la De Agostini spa. Ma non con la sua controllante diretta, la De Agostini Communications (nella cui “pancia” si trova anche una partecipazione del 10% nel gruppo Cattleya, oltre alla Magnolia Productions Tv di Giorgio Gori che fattura 60 milioni di euro e all’emittente spagnola Antena 3), che l’ha acquistata dai fondatori Roberto Cicutto e Luigi Musini nel gennaio 2007 e di cui rappresenta il 6% dei ricavi; né tanto meno con la holding principale B&D Holding (Boroli e Drago sono le due famiglie che ne detengono il capitale).
  • Mondo Tv è peraltro il gruppo italiano – insieme con Filmauro – che punta a una presenza diretta in campo internazionale non soltanto attraverso accordi di collaborazione o acquisto di diritti). Costituito da Orlando Corradi, che ne detiene la maggioranza con il 51,4% delle azioni (secondo azionista con il 4,9% è il fondo d’investimento Simphonia Sicav, mentre il 43,7% è distribuito sul mercato), controlla nove società principali, delle quali cinque con sede in Italia (Mondo Home Entertainment, capofila di Mondo Cinema-Moviemax e Mondi Licensing, poi Mondo Distribution e Doro Tv merchandising) e quattro appunto all’estero: Mim-Mondo Igel Media, Mondo Entertainment Gmbh e Map Music&Picture Gmbh (operative ad Amburgo, in Germania) e Mondo Tv France Sasu di stanza a Parigi, in Francia. Il raggio d’azione è ancora prevalentemente orientato in Italia (82% dei proventi), però abbraccia pure Europa (13%), Asia (4%) e Americhe (1%). In complesso conta ricavi per 21,03 milioni dal settore home video, 12,88 dalla concessione licenze, 5,41 dalla distribuzione cinematografica e 1,12 per servizi di produzione. Secondo la tipologia specifica di prodotto questi introiti sono riconducibili a film e home video per 30,72 milioni e a cartoni animati per 4,23.
  • A proposito delle società quotate in borsa va rilevato che nel corso del 2008, in seguito alla crisi internazionale dei mercati finanziari e immobiliari che ha colpito con le economie di tutti i paesi anche i listini, la loro capitalizzazione ha subito in misura generalizzata duri colpi e al termine dell’anno è scesa in media a un terzo dei valori fatti segnare al fixing di fine 2007.
  • Il quadro di sintesi delle principali holding presenti in Italia (tabella 2) sottolinea altresì il peso e il ruolo che le società non intese tradizionalmente come cinematografiche – non dedicate cioè alla produzione e distribuzione di film o all’esercizio – sebbene strettamente legate al business del cinema e come tali considerate in quello che viene definito “grande settore”, rivestono sul mercato dell’offerta. Thomson Holding Italy, che ha sede ad Anagni (Frosinone) e fa capo alla Thomson multimedia sales internaional sas, è il primo, grande protagonista dell’industria manifatturiera legata al cinema, quale leader assoluto nella produzione, registrazione e riproduzione di pellicole e video attraverso la Technicolor di Roma e la Technicolor Milan di San Giuliano Milanese. La “fabbrica” del technicolor ed Eastman Kodak sono industrie che forniscono per così dire la materia prima; Deluxe holding (gruppo Deluxe Uk Holdings Ltd. Di Londra) è la più importante realtà del processo di post-produzione con i suoi laboratori di sviluppo e stampa; Blockbuster è il marchio del gruppo Viacom leader mondiale nel canale distributivo di home entertainment per quanto riguarda sia la vendita diretta (il segmento sell thru) sia il noleggio (rental).
  • Unitamente a Rai e Mediaset vi sono – fra le 40 considerate nel campione – altre tre “conglomerate” nazionali che agiscono a tutto campo, con strutture per la produzione e la distribuzione e in qualità di esercenti per le proiezioni: Cinecittà holding, a capitale pubblico, Filmauro srl e Iih (Italian international holding) del Gruppo Lucisano controllati rispettivamente da Aurelio De Laurentiis (100%) e Fulvio Lucisano (51%), sicuramente due delle figure di maggior spicco e importanza del cinema made in Italy.
  • Cinecittà Holding ha avviato nel 2008 un’intensa fase di ristrutturazione che ha portato all’incorporazione di Filmitalia, società dedicata alla promozione del cinema nazionale (in particolare all’estero), alla cessione del 100% di Mediaport e Globalmedia e del 75% di Mediaport Cinema, tutte con sede a Roma (le cui attività d’esercizio figurano comunque nei bilanci consolidati del periodo preso in considerazione), e alla vendita pubblica delle quote di partecipazione del 25% e del 50,47% in Cinecittà Studios e Cinecittà Entertainment al neo-costituito Ieg-Italian Entertainment Group di Roma da parte dei quattro soci Luigi Abete, Diego Della Valle, Aurelio De Laurentiis e famiglia Haggiag (che in mancanza di un bilancio 2007 non compare ancora in queste classificazioni). Nell’area di consolidamento rientra quindi ora solo l’Istituto Luce, controllato al 100%, mentre restano escluse: Circuito Cinema di Roma (75%) e Lumiere di Catania (50%); Cinecittà Multiplex e Cinecittà Fund perché (per quanto possedute al 100%) entrambe in liquidazione; Anteo di Milano, che gestisce l’omonimo esercizio, essendo in via di trasferimento la quota di partecipazione del 25%. A conclusione delle varie operazioni di riassetto societario la holding pubblica ha mantenuto comunque in Ieg una partecipazione del 25%.
  • Operatore attivo “a ciclo completo”, ma dell’area privata, è Aurelio De Laurentiis, la cui Filmauro presenta in verità quasi l’aspetto di una società-contenitore – e tuttofare – ove confluisce ogni tipo di attività svolta, più che quello di un gruppo rigorosamente strutturato. Consolida in effetti a bilancio ben 16 diverse ragioni sociali: Fast Lane di Beverly Hills e Adel Productions di Roma per produzione (13,9 milioni di ricavi) e distribuzione (con un fatturato theatrical di 22,5 milioni, home video di 6,3 tv di 3,9); Cinema Europa, Cineservices, Sautec, Esi-Esercizio schermi italiani per la proiezione (13,1 milioni di proventi); Radiofilmusica di Roma (sfruttamento musica opere cinematografiche), Ccgs (sfruttamento diritti d’immagine), Auro Servizi di Roma, Olimpia 80 Immobiliare e Ionio per l’area servizi; Auro International B.V., Cineparco, Trastevere IG e Dinamica, tutte in liquidazione; e pure il Napoli Calcio (16,68 milioni il suo fatturato 2007, escluso dall’importo indicato in tabella) quale attività d’intrattenimento sportivo, di cui De Laurentiis è presidente e primo azionista. In complesso Filmauro conta un valore della produzione pari in Italia a 46,48 milioni (77,8%) e all’estero a 13,29 milioni (22,2%).
  • Il Gruppo Lucisano raccoglie da parte sua sotto l’ombrello della Iih-Italian international holding otto controllate (cioè con almeno il 50% delle quote in possesso di Lucisano e delle figlie Federica e Paola che lo affiancano ora nella gestione) e quattro collegate, senza l’opportunità tuttavia di distinguere con ragionevole certezza le attività in carico alle varie ragioni sociali fra produzione, distribuzione ed esercizio, in quanto alcune imprese operano in misura diversificata in più comparti. Agisce ad esempio sia nella produzione sia nella distribuzione (è presente sul mercato italiano da quasi 50 anni nel corso dei quali ha infatti distribuito o prodotto oltre 500 pellicole) e a titolo indicativo, secondo i rendiconti, risulta coprire con le due attività il 68,97% del fatturato (61,17% con Iif-Italian international film e il 7,80% con Italian international entertainment e Keimos) e raccogliere nell’esercizio un ulteriore 26,16% attraverso le strutture di proiezione Stella Film di Napoli, Italia international Movieplex di Roma e Goodwind di Benevento.
  • In lista si nasconde in verità un altro marchio “storico” del cinema made in Italy, Cecchi Gori, ma l’ultima struttura vitale dell’ex numero uno nazionale, la Cecchi Gori Home Video, ne conserva solo il marchio, dal momento che è in amministrazione straordinaria e affidata di fatto all’imprenditore pratese Marco Duradoni, azionista al 25%, che già guida la General Video (2,7 milioni di proventi) di sua proprietà con la quale produce i dvd di Roberto Benigni, più altre due strutture di minore entità (DDD e Myra Film, che controlla all’80% e al 50%).
  • Lo spazio che Cechi Gori Group aveva saputo conquistare anche all’estero sta diventando appannaggio comunque della Rainbow di Iginio Straffi. Dal 1995 a oggi il creatore delle fatine Winx ha costruito una holding che fattura grazie ai suoi cartoon oltre 45 milioni di euro, 12,6 dei quali come produttore e distributore di film attraverso il nuovo polo romano della Buffalotta con oltre 100 addetti, che si è aggiunto alla sede originaria di Loreto (Ancona) dove sono concentrate le attività editoriali e di merchandising, corroborate ancor di più dallo sviluppo cinematografico. Oggi alla Rainbow spa, che realizza il 42,8% del fatturato oltreconfine, fanno capo varie società fra cui Rainbow Cgi, Rainbow Distribution e Rainbow Entertainment che presidiano il mercato cinematografico.
  • Nel panorama italiano si distingue poi la presenza di Quinta Communications Italia, subholding del gruppo internazionale del produttore e finanziere Tarak Ben Ammar, unico a rappresentare il continente africano, sebbene abbia profonde radici anche in Europa e significative attività negli Stati Uniti. Da Quinta (che fa capo a sua volta alla Holland coordinator & service company Italy) dipende la capogruppo Prima Tv spa, cui risale il controllo (85%) di Imperium, capofila del settore cinema, cui risponde la società di distribuzione Eagle Pictures – rilevata nel 2007 dai fratelli Ciro e Stefano Dammicco (il pacchetto di maggioranza del 75,60% è stato valutato 85 milioni di dollari, pari a circa 63 milioni di euro) – insieme con le controllate Dat-Distributori televisivi associati e Falcon edizioni musicali. Prima – che opera soprattutto in ambito televisivo gestendo canali digitali e pay per view sia in proprio (come Europa 24, Sportitalia, Boing, Teleradio Padre Pio) sia per le piattaforme Sky e Mediaset Premium – è anche diventata nel 2007 prima azionista della casa di produzione tv Lux Vide fondata da Ettore Bernabei, oltre che partner al 2% della stessa Rainbow di Straffi.
    Ben Ammar controlla in Tunisia la Empire Studios, che comprende tre grandi studi di lavorazione a Latrach, Ben Arous e Gammarth e i laboratori di post-produzione Ltc-Gammarth; mentre in Francia con l’altra holding locale Quinta Communications (fondata in un primo tempo insieme con Silvio Berlusconi e poi entrata nella sua piena disponibilità) opera nella produzione sia col marchio d’autore Emotion sia con Quinta Industries – protagonista a sua volta di una serie di acquisizioni, dagli studi Eclair ai laboratori Ex Machina e Duran Duboi, leader nel digitale – oltre che nella distribuzione attraverso Quinta Distribution e nella tv digitale con Dfree, in partnership con Warner, Universal e Mediaset. Ben Ammar è inoltre azionista di maggioranza della prima società di distribuzione canadese Canadien Alliance, che vanta un buon posizionamento anche negli Usa e in Europa, dove intende dare vita a un network di distribuzione indipendente con la nascita di Alliance Films Europe e con nuove acquisizioni in Scandinavia e Germania, in modo da posizionarsi nei cinque territori chiave del vecchio continente (Regno Unito, Francia, Italia, Spagna e appunto Germania). È altresì socio paritetico dei fratelli Bob e Harvey Weinstein nella nuova compagnia Weinstein & Co. che gli ex titolari della gallina dalle uova d’oro Miramax hanno costituito dopo essere usciti dalla Walt Disney, lasciando nelle mani della corporate di Burbank la loro “creatura”.
  • La selezionata cerchia delle indie italiane, le società indipendenti di dimensioni medio-piccole, vede poi la presenza di due raggruppamenti – Cattleya e Fandango – in graduale crescita. Il Gruppo Cattleya è stato costituito secondo il Registro delle imprese nel settembre 1995 (le note di stampa solitamente ne fanno risalire la fondazione al settembre 1997) da Riccardo Tozzi, allora capo delle produzioni di Mediaset, e ha visto l’ingresso nel 1999 quali nuovi soci di Giovanni Stabilini, ex direttore generale Mediaset, e Marco Chimenz, ex vicepresidente Medusa e responsabile della rappresentanza Medusa e Mediaset di Los Angeles. Ai tre azionisti si sono affiancati nel 2000 De Agostini Communications e il fondo di private equity Imi Investimenti, entrambi con il 10% e alla fine del 2008 Universal Pictures col 20% per cui conservano attualmente il 20% a testa. Cattleya spa controlla totalmente anche Radiocattleya srl e Olympia Entertainment limited, ma resta una società votata alla produzione cinematografica (vi realizza il 98,95% del fatturato), in linea con gli obiettivi e l’approccio prettamente industriale e manageriale dei suoi tre promotori, che si dividono le cariche di presidente (Tozzi) e di amministratori delegati.
  • Altrettanto relativamente giovane è il Gruppo Fandango, fondato nel 1989 da Domenico Procacci, che alla “casa madre” Fandango srl ha via via affiancato Fandango Home Video, Fandango Australia Pty, The Works Group Plc di Londra, Last Kiss Picture (tutte in ambito cinematografico), Fandango Tv produttrice del programma “Parla con me” di RaiTre, Fandango Libri (dal 1999) in collaborazione con lo scrittore Alessandro Baricco, Libri di Pietra, Radiofandango e Ristorambra (servizio di ristorazione collegato al teatro Ambra Jovinelli di Roma). Il core business resta però identificato nel cinema, con una produzione in grado di portare il fatturato complessivo al raddoppio nel 2008, secondo le previsioni contenute già nelle note del bilancio 2007 e relative all’esito di alcune delle ultime opere (“Caos calmo”, “Gomorra”, “Un giorno perfetto”) realizzate.
  • Un discorso peculiare riguarda Film Master Group, fondato a Roma nel 1976 da Sergio Castellani, Stefano Coffa e Giorgio Marino per operare in ambito pubblicitario, di cui è diventato nel tempo leader per la realizzazione di filmati e spot, ma che ha sempre avuto un forte radicamento in campo cinematografico, attingendovi attori, registi e maestranze. E oggi, con il recente passaggio alla Ieg, si trova a integrare un gruppo che conta anche Cinecittà Studios e Cinecittà Entertainment., apportandovi un complesso di dieci società di comunicazione, attive soprattutto nel settore della produzione degli audiovisivi – Clip Television, Gag, Film Master, K-Events, Film Master Fiction, Film Master Limited, Film Master Service, Formati Originali – con tre sedi a Roma, Milano e Londra. Valutata al momento dell’acquisizione 40 milioni di euro, la società è già impegnata con la controllata Edilparco nella riconversione degli storici studi De Laurentiis, destinati a diventare col nome di Cinecittà world e un investimento di 100 milioni di euro uno dei maggiori parchi tematici del paese.
  • Anche Mercurio Cinematografica di Francesco Pistorio e Luca Fanfani si è consolidata soprattutto grazie ai filmati pubblicitari. La società ha sede a Milano e comprende Mercurio Spqr, consociata che opera a Roma per il mercato del Centro-Sud, e La Casa, impresa collegata di Milano, costituita per gestire la produzione realizzata col socio d’opera Fabrizio Ferri, regista e fotografo.
  • Tutta votata al cinema è invece l’attività più che ventennela di Andrea Occhipinti, fondatore di Lucky Red, diventato produttore dopo una iniziale, fortunata carriera di attore. Sotto il suo controllo figura anche Key Films e White Cat, società cui fa capo una partecipazione del 9% nel gruppo dell’esercizio Circuito Cinema.
  • Altra casa di produzione che ha esteso nel tempo la sua attività a comparti contigui è Colorado Film Production (posseduta al 100% da Iven spa), nata nel 1986 dall’incontro di Maurizio Totti – produttore indipendente e agente teatrale – con l’attore Diego Abbatantuono e il regista Gabriele Salvatores (vincitore dell’Oscar con uno dei primi film prodotti, “Mediterraneo”). Nell’ambito societario rientrano le divisioni Colorado Commercials (costituita nel 1997 per i filmati pubblicitari e di cui sono diventati soci i responsabili Marco Cohen e Fabrizio Convito) e Colorado Service (dal 2000, per la gestione dei servizi), quindi l’agenzia Moviement, la casa musicale San Isidro e il “laboratorio” Colorado Cafè per le produzioni teatrali e televisive.
  • Se il primato di anzianità fra gli attuali operatori italiani spetta a Franco Lucisano, fondatore nel 1958 della sua Iif, tuttavia anche Minerva Picture Group può vantare una rispettabile credenziale essendo stato fondato da Ermanno Curti nel 1972 con il nome di Alpherat International, cambiato poi in Minerva nel 1985 quando vennero acquisiti proprietà e uso del marchio, che abbraccia oggi le attività di produzione, distribuzione e commercializzazione di film e home video in qualità di foreign sales agency. Guidato dal 1987 da Gianluca Curti, l’alveo societario comprende anche Gruppo editoriale RaroVideo, Edizioni Serag, Finergi e Minerva production & marketing, mentre è stata incorporata per fusione Minerva international nel corso del 2007, anno in cui è stato realizzato un volume d’affari di 8,7 milioni di euro ma con ricavi direttamente imputabili a bilancio per 6,32 milioni (dei quali 4,32 per diritti e royalties e 1,57 per dvd e home video).
  • Di impatto dimensionalmente analogo, anche se di poco superiore o inferiore, sono alcuni gruppi della produzione come Sacher Film, Panorama Films di Marco Valerio Pugini e Ute Leonhardt, Poccioni-Valsania (di Marco Poccioni e Marco Valsania), Levi (di Roberto e Matteo Levi), Film Participation di Ernesto Tabarelli (titolare del 75% delle quote) e Ripley’s di Angelo Salvatore Draicchio.
  • Il primo comprende la storica casa di produzione di Nanni Moretti, costituita con Angelo Barbagallo – che è tornato in tempi recenti a dedicarsi ad altri impegni di lavoro – e fra gli asset aziendali rientrano pure al 50% Sacher Distribuzione (25% ognuno per Moretti e Barbagallo, mentre l’altro 50% è ugualmente suddiviso tra i due ex fondatori di Mikado, Roberto Ciccutto e Luigi Musini), che ha sede a Milano, e la gestione dell’omonima sala romana. Il secondo consolida una piccola etichetta discografica, Panorama Films Music; il terzo ha la sua capofila nella casa di produzione Rodeo Drive (con 5,9 milioni di proventi), cui si ricongiunge Rodeo Drive Media per la produzione e distribuzione home video; il quarto vede al fianco della struttura produttiva 11 Marzo quella distributiva di Tangram. In Film Participation confluiscono la società di gestione dei diritti Mediafilm (8,0 milioni di ricavi) e la casa di produzione Mediafilm Cinema (2,2 milioni) che coprono rispettivamente il 78% e il 22% delle attività. Ripley’s opera nella distribuzione home video e consolida dal canto suo Ripley’s Film (1,71 milioni di fatturato), Ripley’s Home Video (3,13) ed Erremme (0,1).
  • Il raggruppamento Artech-Aegida è invece una società di Cologno Monzese (Milano) fondata da Luciano Porilli e concentrata nella replicazione e distribuzione di dvd e cd per il segmento home video e ne fanno parte Artech Video Record e la più piccola Aegida (259,7 mila euro di introiti).
  • Composto in prevalenza da holding attive nella produzione e ancor più nella distribuzione, il panorama dei gruppi è completato da quelli dell’esercizio, attività cui è connaturale una struttura organizzativa a circuito, che consente modelli gestionali comuni e permette di pianificare e diversificare con una certa regolarità le programmazioni su più sale e schermi.
  • Nel caso di complessi dedicati esclusivamente alla proiezione (cui è dedicato un paragrafo successivo), il volume d’affari appare generalmente contenuto rispetto alle dimensioni dei fatturati che le conglomerate attive in altri comparti registrano nei propri conti economici, come la tabella 1 ha messo in evidenza. Questo non porta tuttavia a dare per scontato il fatto che valgano in assoluto di meno, perché la valutazione delle società esercenti deve tener conto di una particolarità. Il divario risulta in effetti assai meno rimarchevole quando si analizzano gli attivi degli stati patrimoniali. Se il patrimonio finanziario di maggior valore per le società produttrici e distributrici è costituito da un bene intangibile come la cosiddetta library, cioè dalle opere in archivio e dai diritti sui titoli di proprietà, per quelle di proiezione è rappresentato invece da un cespite del tutto materiale come le proprietà immobiliari in cui insistono cinema e centri multisala. Per questo nelle operazioni di mergers& acquisitions il parametro dei ricavi annui vale spesso per le prime quale base unitaria, mentre per le seconde il fatturato viene valorizzato moltiplicandolo da due a tre – e talora anche quattro – volte.


1 Elaborazione su dati Nielsen e Fcp (Federazione concessionarie pubblicità).
2 Fra le società di produzione e co-produzione costituite in prima persona da artisti e cineasti italiani si possono citare: Alia Film e Achab Film di Enzo Porcelli; A movie-Palomina di Anna e Sauro Falchi; Bess Movie di Francesca Neri; Betty Wrong di Elisabetta Sgarbi; BiBi Film di Angelo Barbagallo; Casanova Enterntainment di Luca Barbareschi; Dap di Guido e Maurizio De Angelis; Dharma 3 di Eleonora Giorgi e Massimo Ciavarro; Devon di Luciano e Sergio Martino; Duce Film di Antonio e Pupi Avati; Film 7 di Luciano Emmer; Film Albatros di Marco Bellocchio; First Sun di Silvia Venturini Fendi; Gagé Produzioni di Mimmo Calopresti; Italian Dreams Factory di Maria Grazia Cucinotta; L’ottava di Franco Battiato; Hathor Film di Pappi Corsicato; Immagine e Cinema di Edwige Fenech; La Dolce Vita Productions di Patrizia Pellegrino; Levante Film di Leonardo Pieraccioni; Martinelli Film Company di Renzo Martinelli; Motorino Amaranto di Paolo Virzì; No Limit International di Franco Nero; On My Own di Roberto Cicutto; Opera Film di Claudio e Dario Argento; Sixteen Films di Ken Loach e Rebecca O’Brien; Titania Produzioni di Ida De Benedetto; Trio International di Marco Risi.

 

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