LINGUA
Report 2014
Report 2013
Report 2012
Report 2011
Report 2010
Report 2009
Report 2008
Report 2009

1ª PARTE - L'EVOLUZIONE DI UN MONDO

2ª PARTE - IL CINEMA E LE SUE RISORSE

3ª PARTE - TUTTI I MERCATI DEL FILM

4ª PARTE - GRANDI E PICCOLI PROTAGONISTI

APPENDICE

fondazione ente dello spettacolo
tertio millennio film fest
cinematografo.it
» Report 2009
Seconda Parte - IL CINEMA E LE SUE RISORSE
CAPITALI E LAVORO
Capitolo 3 - Le società e l'attività d'impresa
Meno imprese e il fatturato cala
In ogni fase di evoluzione dei sistemi produttivi, alla ricomposizione di struttura – in termini di organizzazione societaria – si accompagna di norma anche la redistribuzione dei valori e degli assetti economici. Soprattutto nei settori più frammentati e di alterna organicità come il cinema. E le risultanze in termini di volumi d’affari realizzati confermano (tabella 7) come il settore si sia trovato ad affrontare un ciclo congiunturale difficoltoso.

QUANTO PRODUCE L’INTERO SETTORE
La base di riscontro consiste nelle serie storiche elaborate dal sistema statistico camerale – che è la fonte essenziale per definire gli ordini di grandezza generale di tutta l’azienda-Italia e le coordinate “macro” sull’impatto economico del cinema – la cui valenza quale utilità di riferimento resta comunque legata alla natura di dati a forte aggregazione, frutto di un’operazione piuttosto complessa (vengono estratti dai rendiconti di bilancio di tutte le singole aziende che fanno parte dell’universo societario) e per questo non sono in genere relativi ai rendiconti dell’ultimo esercizio di bilancio, ma a quelli precedenti5. I dati si riferiscono inoltre alle sole società di capitali, dal momento che soltanto per loro ricorre l’obbligo di depositare i bilanci d’esercizio annuale (stato patrimoniale e conto economico). Tutte le altre “non di capitali”, come noto, sono tenute alla sola iscrizione al Registro delle imprese e al REA (Repertorio economico amministrativo) delle Camere di Commercio, cui comunicano – ma non sempre – solamente alcune informazioni essenziali sulla propria gestione6 (Tab 7).






Dal consuntivo dei bilanci considerati, emerge che negli ultimi due anni la riduzione del volume d’attività settoriale e la coincidenza contrasta per certi versi con la fisionomia di un mercato, come quello cinematografico, considerato fin quasi dagli albori del tutto particolare per la sua natura generalmente anti-ciclica. Il suo andamento non si era mostrato finora direttamente collegabile allo stato complessivo dell’economia e i suoi indici di crescita o di contrazione – per quanto sostanzialmente non costanti – non si sono di norma rivelati né sincroni né proporzionali alle variazioni degli indicatori di ordine generale quali il PIL (Prodotto Interno Lordo) o il costo della vita (Tab 8).
L’elaborazione della serie storica comprende appunto il rapporto d’incidenza dei comparti del settore cinematografia-video sia su tutto il complesso di attività del cosiddetto macrosettore “Attività ricreative, culturali e sportive”, sia sul PIL, il prodotto nazionale lordo. Anche questi indici non tengono conto dei volumi d’affari conseguiti dalle società non di capitali, accreditate secondo stime diffuse di un peso economico abbastanza ridotto, collocabile – nella migliore delle ipotesi – fra il 12% e il 15%, a fronte di una consistenza numerica di tutto rilievo e che si situa poco al di sotto del 50% (le aziende di produzione si attestano al 52,2% mentre le imprese di distribuzione si fermano al 22,9% e quelle di proiezioni arrivano al 62,1%) (Tab 9).
L’indubbio rilievo che la cinematografia riveste in tutte le attività culturali, artistiche e del tempo libero oltre che sul prodotto interno lordo nazionale – a prescindere da un indotto quasi impossibile da calcolare, ma di proporzioni che nessun’altra attività (nemmeno lo sport) riesce probabilmente a raggiungere – avvalora la ricerca di maggiori elementi di conoscenza sull’effettiva incertezza del ciclo congiunturale.




LA REDDITIVITÀ DELLE SOCIETÀ
In generale l’andamento delle singole società attive nel settore non segnala fenomeni appariscenti. Prendendo a riferimento l’ultimo anno considerato, chiusosi con un calo del fatturato complessivo di settore pari allo 0,31%, si può osservare ad esempio come la crescita o il decremento dei ricavi delle diverse aziende si siano distribuiti in modo difforme e in misura tale che – nonostante le imprese in crescita (fino al 5%, dal 5% al 10% e poi anche oltre il 10% rispetto alle entrate dell’anno precedente) risultino in netta maggioranza – il monte ricavi globale si sia alla fine rivelato in ribasso (Tab 10).
Una prima deduzione porta a ritenere che la curva stagionale dei risultati dei grandi gruppi sia stata da sola sufficiente a determinare (al ribasso) il ciclo congiunturale del settore e in grado di qualificarne – in virtù della sua consistenza – la vitalità per conto di tutte le componenti, anche quando alcune o molte di esse, in opposizione di dinamiche, hanno conservato un andamento positivo. La spiegazione appare però parziale, proprio perché non chiarisce l’eventuale, effettiva condizione delle altre imprese.




Nel merito di come le variazioni del valore della produzione si siano realmente riflesse sul trend dell’attività economica di settore negli ultimi anni, può tuttavia rispondere una verifica alternativa. Si tratta di un’operazione puramente statistica, con la semplice divisione dei fatturati aggregati dei vari comparti per il numero delle aziende di capitali che li compongono. Attraverso la serie storica dei dati, l’indagine tende a quantificare (come indica la tabella 11) gli scostamenti del ricavo unitario che ogni singola società di capitali avrebbe nel corso del tempo virtualmente iscritto a bilancio (Tab 11).
Da questa ripartizione teorica (empirica quanto idealmente “perfetta”) si può “apprezzare” come a relative restrizioni del mercato – le contrazioni del fatturato totale nel 2007 e nel 2008 in raffronto agli esercizi precedenti sono pari ad esempio all’1,16% e poi come detto allo 0,31% – possano corrispondere (al variare del numero e della composizione degli operatori del settore) riduzioni dei ricavi medi unitari per azienda, che si assestano a livelli ben più penalizzanti: in questo caso rispettivamente a -3,8% e addirittura a -14,1%. E anche quando il monte proventi cresce, come si è verificato per il 2008 nei comparti della produzione (+6,6%) e della distribuzione (+3,3%), può accadere che il saldo capitario ipotetico per impresa sia alla fine negativo (-1,0% e -15,0%). Tecnicamente immune da perturbazioni, appare solo l’attività di proiezione, il cui valore della produzione è salito del 5,8% e del 9,2% nelle ultime due stagioni, generando incrementi dei fatturati medi teorici per società pari al 7,0% e al 9,6%.

5Sono società non di capitali, le imprese individuali e le società di persone. Si ha l’impresa individuale quando il soggetto giuridico è una persona fisica che risponde coi propri beni delle eventuali mancanze societarie. L’impresa non gode quindi di autonomia patrimoniale: se viene dichiarata fallita, anche il suo imprenditore lo è. Per quanto riguarda l’imposizione fiscale, il red dito dell’impresa è soggetto a IRAP (Imposta regionale sulle attività produttive) e IRPEF (Imposta sul reddito delle persone fisiche). Esistono inoltre delle semplificazioni relative alla contabilità concesse dall’amministrazione finanziaria: ad esempio la contabilità semplificata che consiste nei soli libri Iva. Sono concettualmente simili all’impresa individuale, quella familiare (formata al 51 % dal capofamiglia e al 49% dai suoi familiari) e quella coniugale (formata solo da marito e moglie). La società di persone è caratterizzata da un’autonomia patrimoniale imperfetta, in cui cioè il patri monio della società non è del tutto distinto da quello dei soci, per cui i creditori possono rivalersi (se il patrimonio societario è insufficiente) anche sui beni del socio (solitamente non vale il contrario). Si può avere una società semplice nel caso in cui non sia necessario svolgere operazioni di natura prettamente commerciale, ma si abbia l’esigenza di gestire un’attività (agricola o professionale, come ad esempio uno studio associato); una società in nome collettivo in cui tutti i soci sono responsabili in egual parte e con tutto il loro patrimonio delle obbligazioni della società o una società in accomandita semplice in cui i soci accomandatari rispondono nella stessa misura prevista per le società in nome collettivo, mentre i soci accomandanti rispondono limitatamente al capitale con ferito. In tutti e tre i casi non si ha l’obbligo di versare un capitale sociale minimo, ma è necessario predisporre un atto costitutivo e redigere un bilancio d’esercizio (che però può non essere depositato – come accade nella quasi totale generalità dei casi – al Registro delle imprese). Le società di capitali sono invece soggetti con propria personalità giuridica che godono di autonomia patrimoniale perfetta (il loro patrimonio è distinto da quello dei soci). Le forme riconosciute dal diritto italiano sono: società a responsabilità limitata, società per azioni e società in accomandita per azioni. Nelle ultime, il socio accomandatario (amministratore) risponde illimitatamente col suo patrimonio delle obbligazioni sociali se il patrimonio della società non è sufficiente. Le società di capitali hanno l’obbligo di versare un capitale sociale minimo e di approvare il bilancio annuale che va depositato presso il Registro delle imprese della Camera di Commercio in cui ha sede legale l’azienda. Sono quindi soggetti obbligati alla redazione e alla pubblicazione del bilancio d’esercizio o della situazione patrimoniale: le società per azioni (articolo numero 2423 del Codice civile); le società in accomandita per azioni (articolo 2454); le società a responsabilità limitata (articolo 2478-bis); le società cooperative (articolo 2519) e loro consorzi; le mutue assicuratrici (articolo 2547); i cosiddetti GEIE, ossia i Gruppi europei di interesse economico (decreto legge numero 240 del 1991); i consorzi con attività esterna (art. 2615-bis c.c.); le società consortili a responsabilità limitata (articolo 2615- ter); gli enti autonomi lirici, le istituzioni concertistiche e tutte le altre istituzioni operanti nel settore della musica, del teatro e della danza, che si sono trasformati in fondazioni di diritto privato (articolo 16, comma 5, del decreto legge numero 367 del 1996, così come modificato dall’articolo 6 del decreto legge n. 134 del 1998). Per le società di capitali ricorre l’obbligo di rendere pubblica – attraverso il deposito presso il Registro imprese delle Camere di Commercio – la propria situazione patrimoniale, finanziaria ed economica (fonte: Unione delle Camere di commercio).
6In realtà le imprese riversano con scarsa regolarità i dati loro richiesti, per quanto succinti siano. Fra l’altro a partire dal 30 gennaio 2010, ad esempio ,sono state esentate anche dall’indicazione delle variazioni del numero di dipendenti occupato, essendo stato stabilito (circolare numero 3628 del Ministero dello Sviluppo Economico) che sia lo stesso ente camerale ad attingere questa informazione presso l’INPS (Istituto Nazionale di Previdenza Sociale), nel cui sistema previdenziale non rientrano peraltro molte categorie di addetti. A cominciare dallo stesso personale impiegato nel settore cinematografico, dove la gran parte è iscritto all’ENPALS (Ente Nazionale di Previdenza e Assistenza Lavoratori dello Spettacolo), mentre una certa componente del comparto distributivo aderisce alla Fondazione Enasarco (Ente Nazionale di Assistenza per gli Agenti e i Rappresentanti di Commercio).

 

Copyright © Fondazione Ente dello Spettacolo / P.Iva 09273491002 - Soluzioni software e Ideazione grafica a cura di