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1ª PARTE - L'EVOLUZIONE DI UN MONDO

2ª PARTE - IL CINEMA E LE SUE RISORSE

3ª PARTE - TUTTI I MERCATI DEL FILM

4ª PARTE - GRANDI E PICCOLI PROTAGONISTI

APPENDICE

fondazione ente dello spettacolo
tertio millennio film fest
cinematografo.it
» Report 2009
Seconda Parte - IL CINEMA E LE SUE RISORSE
CAPITALI E LAVORO
Capitolo 4 - Le professioni e il mercato del lavoro

“L’ARTE È UN LAVORO SPORCO, QUALCUNO DEVE PUR FARLO”
Scritta sulla t-shirt di Giovanni in Così è la vita di Aldo, Giovanni & Giacomo e Massimo Venier (1998)

Meno fatturato, meno occupazione. La graduale flessione, seppure contenuta, delle attività fino al 2008 è resa visibile anche dall’andamento del mercato del lavoro. Cala la richiesta di prestazioni e, con il numero degli addetti chiamati a fornire la loro opera, scende la frequenza e la durata stessa degli impieghi. Poi, sulla scia di una stagione più felice, il valore della produzione riprende a salire e i comparti cinematografici tornano – come è accaduto nel 2009 – a ripopolarsi di addetti. In un settore per sua costituzione ad alta intensità di capitale più che di lavoro (fattore che prevale solamente nei progetti di più limitate ambizioni e a basso costo) le fasi di stallo o di rilancio provocano effetti pressoché immediati sui livelli d’impegno dei suoi operatori, rimarcando fragilità strutturali connaturate.
Una di queste risponde a quel profilo di sistema ad “addizionalità pura” che in comunanza con tutto il cinema europeo pone buona parte dei suoi produttori nella condizione di realizzare e di far arrivare le loro opere sul mercato attraverso un indispensabile intervento esterno, sotto forma, nella maggioranza dei casi, di contributi di capitali, aiuti e incentivi finanziari pubblici, erogati da Stato, regioni, enti locali, istituzioni governative o organismi d’emanazione comunque centrale. E nei periodi in cui la disponibilità di queste risorse si ammanta di incertezze – come quello recente – pianificare il varo di nuove iniziative diventa ancora più complesso.
Un altro aspetto della particolare esposizione alle congiunture più cariche di volatilità deriva dalla composizione e dalla configurazione stessa del mercato del lavoro cinematografico, istituzionalmente basato sull’occupazione a tempo determinato. Come dimostra l’entità degli scostamenti da una stagione all’altra, la quota di rapporti a cosiddetto tempo pieno – vicina al 22% – risulta troppo contenuta per assicurargli la stabilità sufficiente a evitare consistenti turnover1. Allo stesso modo la polverizzazione societaria per forma giuridica, dimensioni e classi di fatturato, che ha i suoi principi attivi nella stessa natura del prodotto e nelle sue modalità di realizzazione, è un’altra peculiarità cui si deve la frammentazione, paradigmatica, di tutta la filiera2.
Ad accentuare per certi versi il deficit di integrazione e stabilizzazione del mercato – al di là delle diverse dimensioni dei volumi e dei giri d’affari aziendali – contribuisce poi la spiccata tipicità dei suoi organici, con un portfolio di esperienze estremamente variegate, tutte ad alta specializzazione, in considerazione anche della rapida e costante evoluzione tecnologica che le coinvolge. È attraverso l’apporto di un folto folder di competenze che il DNA artistico e creativo del cinema e il particolare processo di realizzazione filmica trovano espressione, richiedendo quindi l’impiego di tanti “mestieri” diversi (per quanto contigui), in continua ed elevata alternanza fra di loro. All’intensa concentrazione di professionalità riconosciuta al corpo produttivo finisce però per corrispondere così anche una profonda segmentazione trasversale che lo rende più vulnerabile ai cicli alterni delle contingenze produttive.

1Un’indicazione sulla condizione professionale degli addetti nelle aziende cinematografiche proviene da una ricerca condotta dal Censis nella regione più rappresentativa del settore (Le imprese dell’audiovisivo nel Lazio) alla fine del 2007. A fronte di una frequenza del 20,8% dei contratti a tempo indeterminato, si registrano rapporti di lavoro a tempo determinato per il 27,8% degli occupati, collaborazioni a progetto per il 23,6%, collaborazioni occasionali per il 13,1% e una presenza di cosiddette indipendenti – imprenditori in proprio, soci di cooperative, liberi professionisti, artigiani e lavoratori autonomi – pari al 27,8% (nelle realtà di piccola dimensione la quota arriva a toccare il 63,3%). La stessa ricerca Censis rileva inoltre che una larga fetta di imprese – esattamente il 46,5% del campione – si avvale pure di giovani in stage e di personale con borse di lavoro.
2L’ENPALS non fornisce statistiche sulla ripartizione per ragioni sociali delle aziende attive. Oltre ai dati riportati nel capitolo 3, si può ricordare per ulteriore informazione che la ricerca Le imprese dell’audiovisivo nel Lazio effettuata dal Censis ha rilevato fra le aziende con personale dipendente iscritto ai ruoli ENPALS questa ripartizione di addetti: 58,8% di S.p.A., società per azioni; 20,4% di imprese individuali; 15,6% di società di persone; 2,3% di cooperative e consorzi; 2,9% di altre società non di capitali. ENPALS classifica le società in base alla tipologia (otto aree) di attività: imprese di produzione; produzioni varie; stabilimenti di produzione; sviluppo e stampa; doppiaggio; distribuzione e noleggio; esercizi esclusivamente cinematografici; esercizi cinematografici polivalenti. Quelle a maggior cultura, tradizione industriale e dotate generalmente di uno staff permanente sono concentrate nelle prime due categorie codificate dall’ente e annoverano la larga maggioranza di addetti fissi.

 

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