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1ª PARTE - L'EVOLUZIONE DI UN MONDO

2ª PARTE - IL CINEMA E LE SUE RISORSE

3ª PARTE - TUTTI I MERCATI DEL FILM

4ª PARTE - GRANDI E PICCOLI PROTAGONISTI

APPENDICE

fondazione ente dello spettacolo
tertio millennio film fest
cinematografo.it
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Seconda Parte - IL CINEMA E LE SUE RISORSE
CAPITALI E LAVORO
Capitolo 4 - Le professioni e il mercato del lavoro
Alle soglie della povertà
L’elaborazione incrociata dei dati dell‘ultimo prospetto con le cifre attinenti alle ripartizioni in decili della popolazione cinematografica riporta di nuovo l’attenzione sul rapporto fra il saggio di utilizzazione e i livelli di reddito che ne conseguono. Una specie di refrain che fa venire in mente la battuta con cui il protagonista del film Indiana Jones e l’ultima crociata, Harrison Ford, risponde al saluto – «Non avrei mai immaginato di vederti ancora» – di Alison Doody: «Sono come una moneta falsa: spunto sempre fuori». Il tasso d’impiego che segna il limite con l’inoperosità – meno di 8 giornate lavorate all’anno – comporta, secondo il repertorio contributivo dell’ENPALS, una remunerazione massima annua (il 99,9% guadagna cioè sempre qualcosa di meno) che si colloca nettamente sotto la soglia di povertà: 918 euro all’anno. E questa condizione è comune a ben il 50% degli iscritti, ossia 34.471 unità. Vi è poi un ulteriore 10% di soggetti (quasi 6.900 persone) il cui compenso percepito nell’arco di dodici mesi si posiziona sotto il tetto di 2.878 euro all’anno. La quantità di addetti – oltre 40mila – che non possono vivere delle sole prestazioni valide ai fini previdenziali è insomma straordinariamente alta e origina problematiche tanto complesse quanto vitali12.

CLASSI DI REDDITO
Dietro la media di un “universo” di operatori cinematografici di età relativamente giovane – 35 anni – con 70,1 giornate di lavoro all’anno (a fronte comunque di un requisito contributivo annuale minimo di 120 giornate per coloro che beneficiano ancora del sistema di calcolo retributivo) e con 13,6mila euro di redditi annui, convivono infatti realtà molto diversificate, a volte in misura davvero vistosa. Dividendo questa platea in due metà, ci si rende conto ad esempio che il 50% più “svantaggiato” è costituito da soggetti molto giovani (in media 27 anni), che riescono a lavorare solo pochi giorni all’anno e guadagnano meno di mille euro, mentre l’altro 50% con un’età media di 45 anni – quindi ancora abbastanza giovane – e un reddito di circa 15 mila euro, a fronte di quasi 150 giornate di lavoro nell’anno, si mostra molto più strutturata13.
Il primo novero è fatto dunque di soggetti giovanissimi, che con le loro poche giornate lavorative (mai più di 8) devono attendere quanto meno 15-16 anni per poter sperare di cominciare a lavorare con quella continuità che li possa far definire professionisti del cinema, in grado cioè di ricavare dalla loro attività le risorse economiche necessarie a mantenere un decoroso tenore di vita. Ma non solo: anche chi arriva a raggiungere il traguardo di questa stabilità professionale incontra poi gravi difficoltà per riuscire a collezionare, con il nuovo regime contributivo, una carriera lavorativa piena, tale da potergli permettere di costruirsi un adeguato “patrimonio previdenziale”.
La “leggerezza” delle buste paga sembra coinvolgere indistintamente tutte le figure professionali, anche se gli effetti sono commisurati al rilievo delle rispettive categorie, dimostrandosi diffusi in maniera estesa principalmente nel grande “invaso” degli attori cosiddetti generici (figuranti compresi) e dei tecnici alle prime esperienze, meno protetti e tutelati, oltre che privi di un potere di contrattazione proprio14. Alla magrezza dei borderò non è comunque immune una certa fascia di registi, aiuto-registi, sceneggiatori, scenografi e costumisti che vivono quasi esclusivamente del loro lavoro. Anche all’interno di questi gruppi artistici sussiste uno “zoccolo” quantitativamente stabile (vicino al 10%) che accusa in corso d’anno l’estrema latitanza di impieghi e quindi di accrediti contributivi, con redditi annui inferiori a 3,5mila euro.
I benefici, quando vi sono, si rivelano di relativa consistenza per la fascia media degli addetti, dal momento che si spalmano in proporzione aritmetica su un numero superiore di destinatari. Al contrario assumono una forma davvero premiante – quasi a proiezione geometrica – sulla via che conduce al vertice della grande piramide retributiva. Tuttavia la cerchia di destinatari appare veramente ristretta. La disaggregazione progressiva dei dati (operazione che richiede una crescente cautela d’analisi) porta alla possibilità di stimare come, fra gli oltre 7,4 mila “cineasti” ammessi all’ultimo decile, siano circa 100 quelli che vanno a formare il cast dei milionari, in euro.

TURNOVER
Il passaggio sotto la soglia della povertà di tanti soggetti implica un fenomeno sottostante: la cosiddetta turnazione forzata. L’accredito annuale di contributi sociali sempre più esigui corrisponde a occasioni di lavoro e prestazioni estremamente rarefatte nel tempo. Da un anno solare all’altro capita così a migliaia di addetti di restare senza lavoro per lunghi periodi, ben al di là della normale alternanza di impegni che il cinema propone ai propri artisti e tecnici. Molto spesso l’inoperosità – e l’assenza di redditi in entrata – si protrae senza soluzione di continuità (in via desuntiva per circa 7mila di loro) anche per più di dodici mesi nell’arco di un biennio.




Ma esiste un altro tipo di turnover. Quello “classico” fatto di passaggi in e out, ossia di accessi all’attività o fuoriuscite dal settore. È significativo in proposito, il raffronto fra le popolazioni di addetti per le principali qualifiche professionali della categoria “artisti e tecnici” del cinema con quelle dei settori a maggiore contiguità (innanzi tutto teatro e radio-TV).
Come si può notare, il settore televisivo è l’unico senza la presenza di una figura artistica predominante. Nel cinema predominano gli attori (54,6% di tutti gli addetti del settore e 64,3% di tutta la categoria nel complesso delle attività di spettacolo), nel teatro gli attori di prosa (rispettivamente 45,7% e 18,1%) e per la musica gli orchestrali e i concertisti (54,3% e 74,5%), davanti ai cantanti (13,2% e 77,9%). Per TV e radio – escludendo impiegati, operatori e maestranze – la qualifica artistica più folta dei registi, sceneggiatori e adattatori non raggiunge che le quote del 6,7% e del 30,6%, a dimostrazione del latente “pescaggio” che la televisione – in ampia prevalenza generalista – compie nei bacini professionali contigui; un travaso che mitiga e spiega, seppure in misura parziale, la sovrabbondanza di addetti negli altri settori e in particolare in quello cinematografico.




Secondo l’esperienza pratica, alla televisione è riconosciuto un “potere d’investitura” di caratura e autorevolezza inferiori: nel mondo dello spettacolo in genere fa meno “curriculum”. La categoria delle professioni del cinema, a partire da quella di attore, è per antonomasia la porta d’accesso per chi decide di calcare le scene e ne ratifica l’ingresso anche sotto il profilo amministrativo-fiscale e ai fini previdenziali. Salvo poi, date le scarse occasioni di lavoro sui set rispetto ai pretendenti, cambiare direzione e sviluppare l’attività dove si profilano maggiori prospettive d’impiego.

12Nelle relazioni annuali dell’ENPALS sull’attività svolta e sullo stato del settore è ricorrente il riferimento alla parte di iscritti compresa nei primi sei decili «che rimane al di sotto dei parametri occupazionali e retributivi “vitali”, vale a dire di quelle condizioni che permettono il sostentamento con la sola attività di spettacolo». La situazione peraltro non è circoscritta esclusivamente all’Italia. Ne fa fede la ricerca “Età, genere e opportunità di lavoro per gli artisti- interpreti in Europa” commissionata da EuroFia, il gruppo europeo della FIA - Federazione Internazionale degli Attori (cui aderiscono oltre 100 organizzazioni di tutto il mondo, compreso il SAI - Sindacato Attori Italiani) grazie anche ai finanziamenti della Commissione Europea di Bruxelles. Coordinato dalla ricercatrice Deborah Dean dell’Industrial Relations Research Unit dell’università inglese di Warwick – che fa parte dell’Osservatorio sulle relazioni industriali del Parlamento europeo – lo studio conferma in proposito che «gran parte degli artisti non può sicuramente vivere con questo lavoro» e che secondo la media delle rilevazioni condotte in 25 paesi «il 5% di essi nel corso dell’anno non ha guadagnato nulla per mezzo di questa professione ».
13A questi dati si è riferito Massimo Antichi, Direttore Generale ENPALS, nel corso del suo intervento al convegno promosso dal CIV dello stesso ente il 30 ottobre 2009 a Roma.
14Applicando il parametro “moda”, la modalità di distribuzione statistica per accertare il massimo delle frequenze (ossia le unità di misura comuni al maggior numero di individui), si riscontrano ad esempio per i gruppi professionali artistici i caratteri più ricorrenti di 23,5 anni di età, di una sola giornata lavorativa all’anno, con compensi per 55 euro che, oltre a costituire la retribuzione media giornaliera rappresentano quindi anche quella – ai fini della contribuzione ENPALS – complessiva annua. La consistenza della demarcazione fra operatori a tempo determinato e addetti a tempo indeterminato si denota anche dalla divaricazione di altri indici che misurano la distribuzione delle caratteristiche. La skewness, ad esempio, ha modalità molto contenute per i secondi (-0,91 per le giornate annue lavorate e 1,32 per la retribuzione annua) a testimonianza dell’addensarsi delle posizioni per la maggior parte delle unità presso i valori più gratificanti, rispetto a quelle assai più vistose per i primi soggetti (rispettivamente 2,34 e addirittura 36,81) che ne denunciano l’asimmetria sfavorevole, in quanto la maggioranza del collettivo per affinità di condizioni si concentra in basso, dove si situano i trattamenti meno favorevoli. A loro volta i coefficienti di variabilità, che stanno a indicare l’ampiezza o meno delle variazioni di determinati parametri in rapporto alla media ponderata di tutti quelli rilevati all’interno di un determinato gruppo, presentano percentuali di scostamenti in corrispondenza delle stesse voci (giornate lavorate in un anno e retribuzione annua) pari a 46,0 e 80,26 contro 194,40 e 522,63.

 

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