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Report 2009

1ª PARTE - L'EVOLUZIONE DI UN MONDO

2ª PARTE - IL CINEMA E LE SUE RISORSE

3ª PARTE - TUTTI I MERCATI DEL FILM

4ª PARTE - GRANDI E PICCOLI PROTAGONISTI

APPENDICE

fondazione ente dello spettacolo
tertio millennio film fest
cinematografo.it
» Report 2009
Terza Parte - TUTTI I MERCATI DEI FILM
DALLA PRODUZIONE AL CONSUMO
Capitolo 5 - La filiera dell'offerta
Perché si parla di federalismo cinematografico
Da qui si può comprendere perché nella parziale ricomposizione delle risorse che alimentano gli investimenti in cinematografia stiano assumendo rilevanza i fondi stanziati dalle amministrazioni territoriali, soprattutto a livello regionale, andando a ricoprire un ruolo crescente nel nuovo mix degli apporti finanziari in via – secondo quanto appare – di formazione. Se da un lato la loro presenza sembra quasi riequilibrare gli incombenti scompensi di gettito della contribuzione statale, quasi a mantenere in stabilità il complesso delle erogazioni di natura pubblica, dall’altro sembra tuttavia indubbio che il loro sviluppo porta ad ampliare sia la platea di interlocutori sia la cassetta degli strumenti dei cineasti, diversificando le fonti d’approvvigionamento e la raccolta dei capitali d’investimento.
Ma l’evoluzione del fenomeno non contempla solo aspetti economici e operativi. Può implicare, indirettamente, anche eventuali riassetti per quanto attiene la qualità e i contenuti stessi dei progetti. Le esperienze degli altri paesi europei si pongono fra due poli opposti, consistenti nell’impronta a forte e storica centralizzazione della Francia, dove gli ingenti capitali pubblici coprono l’80% dell’offerta, e nella matrice tradizionalmente federalista della Germania, dove sono invece gli stanziamenti davvero consistenti dei lander a occupare l’aliquota maggiore con il 60%. Non vi è tuttavia modello che nelle varie nazioni non sia posto in discussione. In terra francese per esempio l’associazione dei registi lamenta la scarsa attenzione dedicata alla distribuzione e all’esercizio provinciali; mentre dentro i confini tedeschi si auspicano azioni più incisive per sostenere l’industria a livello nazionale.
All’inizio dell’anno, in Spagna, imprenditori e lavoratori cinematografici della Catalogna hanno contestato pubblicamente una nuova legge del cinema che la Generalitat catalana si apprestava ad approvare, in cui si prevedeva fra le altre cose l’imposizione di nuove quote di film doppiati o sottotitolati in catalano, passando dall’attuale 2,9% della produzione al 50%, con la sola esclusione delle pellicole in castigliano e di quelle europee stampate in meno di 15 copie. Gli operatori temono una caduta verticale del mercato e la perdita di posti di lavoro che non giustificherebbero l’obiettivo di proteggere l’uso della lingua catalana e la questione è rimasta aperta.
Una piccola spia si è accesa anche in Italia, quando il consiglio regionale del Veneto nell’estate 2010 – in attuazione della legge della lingua veneta, in vigore ormai da tempo – ha approvato i progetti tesi a promuovere l’uso del dialetto che vengono finanziati ogni anno con un fondo di 250 mila euro. Fra i tanti, ve n’era uno che proponeva di doppiare in veneto una serie americana di cartoni animati con protagonista un grande cane rosso, Clifford, imperniata sui valori dell’amicizia, del rispetto e dell’impegno. Non senza polemiche, la proposta è passata ottenendo 25 mila euro di contributi a fronte di un budget di spese pari a 60 mila euro e un primo blocco di puntate, rigorosamente in lingua locale, sono già state trasmesse da alcune TV locali.
Quale settore a carattere sia artistico sia economico il cinema pone in effetti esigenze e problemi di scelte politiche, amministrative e di regolamentazione che coinvolgono le attività culturali e di business, per i loro risvolti sociali e di mercato. Basta pensare, sul piano pratico, alle strategie di tutela e difesa dei patrimoni e delle identità culturali; ai regimi fiscali da applicare per incentivare o meno la diffusione di determinati prodotti a contenuto creativo; alle norme che regolano i rapporti e la redistribuzione dei ricavi fra i vari media e i loro operatori (come nel caso dei network televisivi nazionali e produttori e distributori di film); alle disposizioni che riguardano, anche sotto l’aspetto urbanistico-immobiliare e non solo concorrenziale, l’apertura di nuovi complessi di proiezione e così via.

FONDI EUROPEI
Quello dell’armonizzazione è un problema molto articolato. In linea di principio è lo stesso che si è posta l’Unione europea con alterni risultati politici, nonostante l’intensa varietà dei programmi e degli strumenti messi in atto su tutto il fronte della comunicazione, della cooperazione culturale e artistica, della promozione dello spettacolo e dell’incentivazione e diffusione dei sistemi audiovisivi e dell’ICT (Information Communication Technology).
Al settore cinematografico in particolare l’UE dedica risorse dal 1986 e ha progressivamente esteso i suoi interventi dalla produzione alla distribuzione, poi dalla proiezione alla coproduzione sia in area comunitaria sia in tutta la regione del Mediterraneo e, ancora, dall’innovazione tecnologica alla promozione del film per giovani e ragazzi. I programmi principali, “rivisitati” e aggiornati nel 2009, sono Media ed Euromed – di ambito comunitario – ed Eurimages ed Europa Cinemas, definiti paneuropei in quanto legati alla cooperazione internazionale dei paesi UE. Tutti contemplano l’erogazione di contributi agli operatori dei 28 paesi dell’Unione (ai quali in realtà vanno aggiunti altri cinque “associati” al programma), con gli italiani che mostrano buona capacità d’interdizione nei comparti d’attività tradizionali, mentre sembrano tradire un minore spirito d’iniziativa nelle aree più legate all’innovazione tecnologica, come testimonia la tabella successiva riferita ai dati complessivi del biennio 2008-2009, indice anche di quanto siano consistenti – pur su un’area d’insistenza davvero vasta – le risorse comunitarie dedicate al cinema.



All’inizio gli stanziamenti erano molto selezionati, in virtù del fatto che la comunità comprendeva ancora pochi stati (12 nel 1986, saliti a 15 nel 1995), poi l’ingresso dei nuovi partner ha fatto lievitare negli anni Duemila il numero delle erogazioni riducendone tuttavia l’importo medio, nonostante il sensibile aumento dei plafond disponibili. Per evitare che le incentivazioni riconosciute fossero inutilmente basse, da un triennio il novero delle domande accolte è stato nuovamente ristretto, mentre la tipologia di interventi è stata frazionata. Il programma Media comprende ad esempio sette aree d’interesse – sostegni ai produttori; promozione; distributori; esercizio; festival; training; nuove tecnologie – e per ognuna di esse sono programmati interventi di diverso tipo, più specifici, in particolare per quelli che prevedono l’erogazione di contributi a singoli progetti di società e imprese.

 

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