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Report 2009

1ª PARTE - L'EVOLUZIONE DI UN MONDO

2ª PARTE - IL CINEMA E LE SUE RISORSE

3ª PARTE - TUTTI I MERCATI DEL FILM

4ª PARTE - GRANDI E PICCOLI PROTAGONISTI

APPENDICE

fondazione ente dello spettacolo
tertio millennio film fest
cinematografo.it
» Report 2009
Terza Parte - TUTTI I MERCATI DEI FILM
DALLA PRODUZIONE AL CONSUMO
Capitolo 5 - La filiera dell'offerta
La vera sfida dei produttori nazionali
È lo stesso principio che ha condotto anche gli altri grandi paesi europei ad adottare un sistema analogo di contribuzioni che vanno a premiare titoli già salutati con favore dal pubblico. Perché quella con il prodotto made in Usa è una sfida che accomuna le case di produzione continentali. Ed è una competizione che parte ancora prima del reale confronto fra i prodotti e le loro qualità sullo schermo. Perché il cinema statunitense dispone di grandi risorse, si basa su uno star system diverso, adotta copioni che rappresentano autentici best-seller per realizzare opere pianificate fin dalla prima idea per il mercato internazionale e non solo domestico. È in assoluto promosso molto meglio e di fronte a questa forza e a questo potere “contrattuale” le case produttrici europee – soprattutto di piccole dimensioni – e i cineasti nazionali, in particolare se ai primi lavori, faticano a trovare lo porta di accesso stessa al canale distributivo e arrivare alla proiezione per il pubblico.





È d’altronde scontata fra gli addetti ai lavori la constatazione a proposito delle pellicole distribuite su scala nazionale che se un film non “sopravvive” al primo weekend di proiezione – nel senso che disattende persino le previsioni più basse di incasso – è definitivamente “perso” per il circuito delle sale e ne viene estromesso alla velocità della luce. In questa particolare fase anche le majors statunitensi hanno avvertito le ripercussioni della fase di stagnazione vissuta dall’economia internazionale e il loro approccio al mercato estero (quello che, secondo i canoni di Hollywood, assicura tutto l’autentico margine di guadagno netto rispetto al volume di investimenti riversato nelle grandi produzioni) si è fatto ancora più intenso. Il film italiano (tabella sopra) è cresciuto dal 2004 al 2007 e si è poi “difeso” con onore, pur lasciando sul terreno qualche punto percentuale di incassi e presenze. Il leader americano ha invece continuato gradatamente – a parte un unico regresso, nel 2005 – a crescere e a ben guardare anche l’altalenante andamento degli altri titoli europei è influenzato dalla presenza o meno di opere statunitensi prodotte o coprodotte in Europa e che viaggiano quindi con passaporto inglese piuttosto che tedesco. Gli investimenti di marketing da parte delle majors Usa sono praticamente incomparabili con quelli delle produzioni europee e sovente superano gli stessi budget assegnati alla realizzazione, in un rapporto che con l’Italia può essere misurato ad esempio in decine di milioni di euro contro – al massimo – 1 milione (ma molto più spesso i budget si fermano a cifre a cinque zeri). Attraverso gli ultimi assestamenti del comparto e i propri adeguamenti di strategia, il cinema nazionale ha mostrato comunque di saper interpretare e applicare meglio d’un tempo le modalità di confezione dei cosiddetti blockbuster, come mostra la tabella e come indica la circostanza che negli ultimi otto anni per sette volte il campione assoluto al botteghino è risultato un titolo nazionale (unica eccezione Il codice Da Vinci della Sony nel 2006, arrivato a interrompere una serie di quattro “cinepanettoni” della Filmauro). Nel frattempo, come sostiene Riccardo Tozzi, presidente della sezione produttori dell’ANICA, la produzione italiana sembra aver dato corpo con un gruppo di autori della nuova generazione a una tipologia di film definiti “cinema d’autore popolare” che è andato ad affiancare come quota di mercato (40%) i tradizionali generi “comico” e “commedia popolare” (restando il cinema d’autore sulle sue posizioni pari circa al 10%).



È questo il contesto che porta le imprese di cinematografia a sostenere la necessità di una nuova politica di settore, guardando per esempio al modello francese come a un benchmark da seguire (con una raccolta di risorse legata essenzialmente a una parte delle aliquote tributarie applicate al volume d’affari generato dalle stesse attività cinematografiche), considerando la posizione di mercato paritaria mantenuta dalla produzione nazionale d’Oltralpe e i risultati favorevoli ottenuti in rapporto soprattutto alla competizione con le majors Usa. Rapportate alle entrate fiscali che il cinema italiano procura alle casse dell’erario, gli eventuali finanziamenti ministeriali ne rappresentano in fondo una piccola parte. Valutando solamente le imposte indirette, lo stato ha ricevuto in realtà dal settore cinematografico risorse per un ammontare pari a circa 270 milioni di euro secondo il giro d’affari generato nel 2008, in linea peraltro con i volumi registrati nel 2006 e 2007. La figura 26 indica le entrate fiscali, come detto, limitatamente alle sole imposte indirette derivanti dal settore nei comparti della produzione, dell’esercizio, del mercato televisivo e dell’home video. Non sono considerati invece gli introiti provenienti da tassazione di utili d’impresa sia per difficoltà di stima sia per ragioni prudenziali.20



In questo senso si può anche ricordare che nel 2008 oltre un terzo delle entrate contributive dello spettacolo (cinema compreso) sono confluite nelle disponibilità dello stato, in un conto di tesoreria infruttifero di interessi sul quale si sono accumulati complessivamente a fine 2009 – insieme con i ristorni applicati, nella misura di due terzi, alle attività sportive – 1,2 miliardi di euro. Considerando che il ritorno medio annuale di quelle risorse, nella loro gestione istituzionale da parte dell’Enpals (Ente Nazionale di Previdenza e Assistenza dei Lavoratori dello Spettacolo) nell’ultimo quinquennio è risultato pari al 3,3% netto, si stima che il contributo “occulto” versato dal solo cinema a favore delle finanze statali sia pari a 5 milioni di euro all’anno.21



AIUTI COMUNITARI
Una potenziale integrazione di risorse può provenire dai piani di sviluppo della comunità europea. Fin dal 1996 l’UE ha avviato il programma Media, giunto ora alla terza edizione (periodo 2007-2013), volto a sostenere la produzione cinematografica, che nei 14 anni delle due precedenti edizioni ha permesso di sostenere quasi 2 mila imprese per oltre 1 miliardo di euro. I sostegni per i produttori vanno dallo sviluppo dei progetti (singoli e slate funding) ai cosiddetti “i2i Audiovisual” dedicati a doc, corti, cartoon (rimborsando contratti di assicurazioni, garanzie a buon fine e oneri finanziari sostenuti al servizio del credito bancario) e dai contributi “broadcasting” per la diffusione e programmazione di nuove produzioni sui circuiti TV a quelli per lo sviluppo di “nuove opere interattive on-line e off-line” pensate per internet, TV digitale, telefonia mobile, consolle di videogame. Dal 2008 il programma Media Europe conta inoltre su una nuova articolazione, Media International, riservata a progetti di formazione professionale, promozione di film e cooperazione fra circuiti cinematografici, svolti da soggetti comunitari in partnership con operatori di tutto il mondo (ed è già prevista una sua ulteriore estensione sotto il nome di Media Mundus). Ancora più ricco di storia è l’altro programma Eurimages, dedicato alla coproduzione fra imprese comunitarie e al sostegno della distribuzione di film europei in tutti i circuiti cinematografici nazionali. In 21 anni sono stati finanziati 1.267 progetti di film e documentari per un importo complessivo di 384,2 milioni di euro (303,2 mila euro quello medio unitario). Le iniziative realizzate con la partecipazione delle case italiane sono state 239 (215 film e 24 doc) insieme a 472 partner comunitari diversi – in pratica 1,97 soci d’opera a titolo – con una contribuzione complessiva di 91,28 milioni di euro e per un ammontare medio di 381,9 mila euro. Non è conosciuta la quota specifica della compartecipazione assunta dalle società italiane in ogni singolo progetto e per individuare l’eventuale ordine di grandezza degli stanziamenti loro destinati in queste coproduzioni ci si può riferire solo alla media generale: 136,2 mila euro. Nel 2009 sono stati cinque i film partecipati – tutti al 50% – da cineasti nazionali ad aver ricevuto un contributo UE, per un totale di 1,32 milioni di euro (264,0 mila a testa).

20Il sistema d’incentivazione nell’ambito del FUS-Fondo Unico per lo Spettacolo è regolamentato per via legislativa . I dispositivi di giudizio in sede d’esame delle richieste avanzate sono stati resi nel tempo sempre più dettagliati, con meccanismi di attribuzione dei punteggi di valutazione che non sembrano lasciare molti margini di discrezionalità; il regolamento d’applicazione è soggetto a revisioni continue, anche per gli aggiornamenti via via apportati per decreto o su sollecitazione della Corte costituzionale e della Corte dei Conti; i rendiconti degli stanziamenti effettuati – oltre a essere pubblicizzati – indicano minuziosamente le decisioni adottate dalle commissioni che vagliano, secondo i vari capitoli di spesa, le documentazioni presentate; riportano inoltre nominativamente tutti gli importi deliberati (in totale le pagine dedicate al cinema nella relazione del Mibac sull’utilizzazione dei fondi FUS sono oltre 200 su un totale di 550).
21È stato applicato lo schema di valutazione proposto in “Agevolazioni fiscali per il cinema – Studio in materia di credito d’imposta per l’industria cinematografica italiana” di Gian Marco Committeri e Mario La Torre, I Quaderni dell’ANICA, numero 2 (Roma, dicembre 2008), a cura dell’Ufficio Studi ANICA. I dati sul comparto della produzione sono calcolati in base alle stime ANICA e al montante originario, pari a 206,5 milioni di euro, è stato applicato uno scarto del 20% al fine di escludere una quota dei costi di produzione non rientrante nel campo di applicazione Iva (tipicamente i salari e gli oneri finanziari); ai dati sull’home video, basati sul Rapporto Univideo 2009, è stato prudenzialmente applicato uno scarto del 10% in merito agli introiti da vendite e del 20% su quelli del canale edicola allo scopo di eliminare le componenti “non cinema” presenti nelle stime ufficiali; ai dati relativi al mercato televisivo e “box office” è stata applicata l’aliquota Iva in vigore sul montante originario.

 

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