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Prima Parte - L'ARTE DI INDUSTRIARSI
UN MONDO DI CONNESSIONI
Capitolo 1 - E' il cinema, bellezza
Il circolo virtuoso

Ciò che appare vitale a questo punto, affinché il circolo innescato si confermi effettivamente virtuoso, è continuare ad alimentarlo. Perché il processo industriale in cinematografia - "industria di prototipi" per antonomasia - resta, rispetto alla realtà degli altri settori e comparti produttivi, fra i più complessi e difficili in assoluto. Ogni film è un prodotto unico, che presenta caratteristiche peculiari e scarsamente ripetibili, a progettazione originale e a base di creatività, a elevato contenuto di lavoro specializzato, ma anche ad alta intensità di capitale, dove entrano in gioco fattori sempre diversi e con investimenti irreversibili, dal momento che le spese di produzione rappresentano costi fissi da sostenere quasi per intero in anticipo rispetto al primo ciak, precedente di svariati mesi (a volte anche ben più di dodici) l'uscita sul mercato.
La messa in cantiere di ogni opera equivale in pratica - sotto ogni aspetto: finanziario, organizzativo, gestionale, strategico... - alla creazione di una nuova impresa; un'azienda che non produce beni fisici e materiali ma experience good a forte componente culturale e intellettuale e che, come ogni media, trasmette valori e significati nell'aspettativa che il pubblico vi si riconosca, almeno in parte, in sintonia8.
Nessun obiettivo quindi può considerarsi scontato.
È questa consapevolezza che avvalora, in misura particolare agli occhi degli operatori, il ciclo di risultati raggiunti negli ultimi quattro anni, sotto il profilo sia economico-industriale sia culturale-artistico. Tuttavia, non potendo mai dare per scontati gli esiti di ogni singola intrapresa, a maggior ragione non si può ritenere assicurata e messa in cassaforte la vitalità del circolo virtuoso avviato9.

8Vi sono in proposito numerose testimonianze. Per l'autore svedese Ingmar Bergman (1918-2007), icona con Federico Fellini (1920-1993) del cinema moderno, «Chiunque faccia cinema dovrebbe avere uno scopo, cioè quello di avvicinarsi il più possibile allo spettatore, di toccarlo il più profondamente possibile». Per il regista italiano Ettore Scola, che ha sempre parlato di commedia umana, «La storia in quanto tale non mi interessa. Stanley Kubrick, ad esempio, fa Spartacus ambientato nell'antica Roma e 2001: Odissea nello spazio ambientato nel duemila. Si tratta di collocazioni che poco interessano. Ciò che interessa è, soprattutto, la contemporaneità della storia: l'uomo è contemporaneo a se stesso. I fatti cambiano, cambiano i vestiti, le epoche, ma quello che conta è la storia dell'uomo,di come reagisce nei confronti dei fatti che gli cavalcano sulla testa, che accadono sopra di lui».
9A definire la situazione soccorre una sintetica esemplificazione del regista Paolo Genovese: «Come perpetuare un circolo virtuoso? Un buon film fa da traino a quello successivo. Fino a qualche tempo fa il circolo era vizioso: il pubblico dava per scontato che il cinema italiano fosse scadente». Elaborando le proprie esperienze professionali, l'autore francese Claude Lelouch ha formulato in merito alcune personali indicazioni: «Dopo un successo, tutte le idee sono buone e dopo un errore anche le migliori vengono accolte con scetticismo. Il problema non è quello di pensare in grande o in piccolo, ma di guardare avanti. Non ascoltare i critici e prendere rischi» (Les belles histoires de la belle histoire, di Claude Lelouch, Éditions Calmann-Lévy, Parigi 1992, 130 pagine).

 

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