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01/03/2018

Il futuro di Cinecittà

Gestione pubblica, interventi strutturali e quant’altro. Ma...

Franco Montini


Riuscirà la gestione pubblica dove hanno fallito i privati? È la difficile e complicata scommessa su Cinecittà, che, dopo una ventina d’anni, dal gruppo facente capo a Luigi Abete, dal 3 luglio scorso è passata sotto la direzione e la tutela dell’Istituto Luce. Obiettivo dell’operazione salvaguardare le professionalità presenti negli studios romanicinecitta_fellini_s_casanova_02 di via Tuscolana e rilanciare un brand dal prestigioso passato ma dall’incerto presente. Lo Stato si è impegnato con un investimento importante, circa 60 milioni di euro, destinati, oltre alla riacquisizione degli studios, ad una serie di interventi strutturali. Il progetto di sviluppo prevede la costruzione di due nuovi teatri di posa di dimensioni maggior del mitico Teatro 5, attualmente il più grande di Cinecittà; la ricostruzione del Teatro 7, andato distrutto durante la Seconda Guerra Mondiale, destinato ad ospitare le nuove tecnologie e una piscina per le riprese subacquee; l’ammodernamento dei Teatri 20 e 21; un completo ripristino dell’area blocklot, ovvero lo spazio per le riprese in esterni. A ciò si aggiunge un intervento di manutenzione straordinaria per il cablaggio, una nuova rete elettrica, la manutenzione delle strade del complesso. Il piano messo a punto prevede già nel 2018 un ricavo di budget di 46 milioni di euro, di cui il 60% autofinanziato da attività commerciale, ovvero affitto dei teatri di posa, eventi, servizi alle produzioni. Un piano realistico o eccessivamente ottimistico? La domanda è lecita perché se si analizza il bilancio di Cinecittà per l’esercizio 2016, l’ultimo disponibile, i numeri non sono entusiasmanti: il totale dei ricavi, 23,8 milioni di euro, deriva per il 74%, ovvero 17,7 milioni, da contributi pubblici. La verità è che il futuro di Cinecittà si gioca essenzialmente sulla presenza o meno di grandi produzioni internazionali e sarebbe stato quanto mai opportuno aver già realizzato una ricerca di mercato per verificare le reali potenzialità degli studios nel mercato globale, perché, complici anche le nuove tecnologie più leggere e maneggevoli, i film italiani che necessitano dei teatri di posa, di grandi e complicate scenografie, di effetti speciali si contano ogni anno sulla punta delle  dita di una mano. In altre parole, la produzione cinematografica nazionale non può garantire sufficiente fatturato agli studios romani: da qui la necessità di individuare altre voci di entrata, puntando sulle attività espositive e in questo senso si muove il progetto del Museo Italiano dell’Audiovisivo e del Cinema, e di coinvolgere la Rai, definita dal ministro dei Beni Culturali, Dario Franceschini, gran promotore del ritorno di Cinecittà sotto la mano pubblica: “Un partner importante per costruire un piano industriale forte e coerente con le scelte di rilancio del settore cinematografico e audiovisivo, frutto della nuova legge”. Il problema è che, almeno finora, nonostante il corteggiamento, la televisione pubblica si è sempre dimostrata riottosa ad aderire alla richiesta di diventare socio di Cinecittà, rischiando di trasformare le risorse pubbliche destinate agli studios romani in un investimento ad altissimo rischio.

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