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Report 2014
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Report 2014

Prima parte - La politica istituzionale

Seconda parte - Il mercato dell'offerta

Terza parte - Le risorse del settore

Quarta parte - L'intervento pubblico

Quinta parte - Il mercato della domanda

Sesta parte - Il sistema produttivo

Settima parte - Il mercato del lavoro

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Sesta parte - Il sistema produttivo
Imprenditori attività e gestione d'impresa
Capitolo 10 - L'attività d'impresa
Le fasce dimensionali

È convinzione comune che fra i tratti che connotano il cinema italiano risaltino in evidenza due aspetti: morfologici e genetici. Il primo riguarda il fatto che l'industria cinematografica è popolata di microimprese e questa caratteristica – comune d'altronde alle reti di aziende degli altri Paesi europei, più e meno grandi – continua a essere considerata fra i punti più deboli della sua struttura. Il secondo concerne invece una coordinata opposta, ossia l'assenza di un nucleo di gruppi leader in grado (come già sottolineato nelle precedenti edizioni di questo Rapporto) di aprire gli orizzonti produttivi, rappresentare standard di riferimento qualitativi ed essere elementi di guida per tutto il tessuto imprenditoriale, in assonanza con quanto avviene in genere per altri comparti del Made in Italy (ad esempio moda e design).
I due fenomeni non sono in realtà conseguenza l'uno dell'altro. Non vale a compensazione la circostanza che il mercato abbia un novero di top maker nelle companies degli studios di Hollywood, perché la loro valenza semmai è di segno contrario – come accade negli altri principali Paesi europei – non tanto all'evoluzione quanto piuttosto allo sviluppo dell'industria nazionale. Così come è certo che la forte concentrazione di aziende di minori dimensioni non è di per sé un fattore penalizzante: le piccole e piccolissime imprese occupano il 29% degli addetti (ne contano 3,8 milioni) di tutto il sistema produttivo nazionale, rappresentano la quintessenza delle società a gestione familiare (la quota relativa è pari all'84,3%) e sono essenziali nell'alimentare le economie locali, dal momento che il 63% del loro mercato insiste sul territorio regionale2.
L'autentico tallone d'Achille della cinematografia italiana ha da sempre a che fare con la mancanza di competitor di livello internazionale. In apparenza potrebbe anche essere considerato un problema non direttamente connesso alla natura dimensionale dell'iniziativa d'impresa, ma in concreto è attraverso la caratura aziendale e la struttura societaria, come dimostrano proprio le majors statunitensi, che il modello di business dell'industria del film esprime le sue (straordinarie) potenzialità e genera – in presenza di un ciclo d'investimenti ad alta intensità di capitale – il valore aggiunto necessario ad alimentare l'ulteriore processo di crescita.

Crescono factories e microimprese. Con nove aziende su dieci che contano meno di nove addetti (tavola 6) il cinema si mantiene fedele al portato storico dell'iniziativa imprenditoriale del Paese e lo è maggior ragione se si considera che scomponendo della classe da 0 a 9 addetti nelle due fasce sottostanti di 0-1 e 2-9 addetti (secondo le raccomandazioni dell'Unione europea in tema di statistiche economiche e del lavoro) si riscontra che 6,7 di queste aziende (4.202 nel 2012, pari appunto al 67,73% delle 6.204 totali) contano in media su 0,86 unità di lavoro e le altre 2,5 (1.510 nel 2012, pari al 24,34% del parco globale) su una media di 3,7 occupati. In base alle rilevazioni dell'Istat si possono quindi calcolare in 646 anche le imprese (corrispondenti al 15,37% del totale) del tutto prive, almeno virtualmente, di operatori impegnati nella loro gestione o conduzione.

cap10-06

Evaporano medie e grandi aziende. Da una parte si può ritenere che l'innovazione tecnologica abbia contribuito alla proliferazione di factories individuali all'interno del novero di aziende con zero o un solo addetto: erano 3.930 (61,54% del totale) nel 2008, diventate poi 3.777 (61,51%) nel 2009, 3.803 (61,94%) nel 2010 e 4.070 (65,60%) nel 2011, poi nel 2012 sono ulteriormente aumentate a 4.202 (corrispondenti appunto al 67,73%)
Ma dall'altra parte occorre osservare come continuino ad assottigliarsi i cluster delle due carature maggiori. Il bacino da 50 a 249 occupati è per il terzo anno consecutivo in discesa, avendo perso 21 unità sulle 88 del 2009 (-23,86%) e quello con oltre 250 dipendenti è ora rappresentato da sole 6 realtà aziendali contro le 17 di quattro anni prima (-64,70%). Secondo le statistiche, nell'ultimo triennio sono maturati sostanzialmente due processi. Fra le imprese di dimensioni minori ha preso corpo un travaso dall'alveo 10-19 addetti a quello da 0 a 9, mentre il range delle medio-piccole imprese ha assorbito, in parte, i flussi in uscita dalle due classi 50-249 e oltre 250 occupati.

 

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