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Prima parte - La politica istituzionale

Seconda parte - Il mercato dell'offerta

Terza parte - Le risorse del settore

Quarta parte - L'intervento pubblico

Quinta parte - Il mercato della domanda

Sesta parte - Il sistema produttivo

Settima parte - Il mercato del lavoro

Panorama internazionale

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Testimonianze
Centro Nazionale del Cortometraggio - Elementi per un'economia del cortometraggio italiano

Occuparsi di cortometraggio in Italia, dal punto di vista "industriale", lavorare alla sua promozione sul suolo nazionale e all'estero, ha i suoi incontestabili vantaggi ma anche una serie di svantaggi e pietre di inciampo. I principali vantaggi provengono dal fatto che si tratta di un territorio praticamente vergine, tutto da costruire e pertanto aperto a suggestioni e possibili formule innovative più di altri campi dell'audiovisivo; gli svantaggi provengono dalla stessa parte: se tutto è ancora da costruire, le istituzioni che potrebbero giocare un ruolo determinante sullo scacchiere della valorizzazione del corto italiano nel mondo fanno ancora fatica a farsi coinvolgere appieno, ma non è che l'inizio. È un lavoro lungo ma talmente necessario, per la salute del cinema italiano, che lo definirei "ineluttabile".
In questo quadro, ancora debole dal punto di vista istituzionale – una debolezza che si riflette sulla forza d'impatto dei corti italiani all'estero – è difficile fornire degli elementi di valutazione su che cosa sia, concretamente, l'industria del cortometraggio oggi in Italia. È difficile perché, di fatto, non esiste una distribuzione da sala del corto, se non in casi molto rari, e dunque i dati derivanti dai visti di censura rilasciati ai corti italiani non sono che un tassello poco rappresentativo del volume della produzione e circolazione del corto in Italia; è difficile perché l'apparato produttivo del cortometraggio è spesso estemporaneo. Non si può contare cioè sulla storicità delle attività delle imprese, ma bisogna affidarsi a una perenne attività di scouting: ogni anno nascono società, imprese individuali e associazioni quasi esclusivamente per realizzare un nuovo corto. Proprio per questa situazione nebulosa, che lascia intravedere un ribollire di attività, il Centro Nazionale del Cortometraggio ha ritenuto importante realizzare un report sull'industria del cortometraggio in Italia che ha raccolto subito l'interessamento della Fondazione Ente dello Spettacolo, e che verrà pubblicato separatamente dal presente volume. Un lavoro, questo, che riprende in mano e reindirizza quello di otto anni fa, curato sempre dal Centro del Corto1. Se nel 2007 l'attenzione era rivolta principalmente all'aspetto "culturale" – che cos'è il corto contemporaneo, dove sta andando, ecc. – oggi l'interesse è rivolto prima di tutto alla sfera produttiva e distributiva, a quei numeri che fanno sì che si possa a buon diritto parlare di "industria del cortometraggio". Nel 2007 le voci principali a intervenire erano i programmatori e i direttori dei festival, oggi non sono che uno degli elementi chiamati in causa; otto anni fa il video sharing su internet non era che agli inizi, oggi è la norma per la maggior parte degli utenti del web e coinvolge enormemente il mondo del cortometraggio. Cercheremo qui di tracciare i contorni di questa geografia dell'industria del corto italiano.

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Una scena in continuo mutamento

Colui che realizza cortometraggi, il cosiddetto "cortista", vive in una posizione ibrida: è autore cinematografico a tutti gli effetti, ma è anche "autore in potenza", poiché nella maggior parte dei casi aspira ad approdare al lungometraggio o, quantomeno, a una forma audiovisiva realmente inserita nel mercato, riconosciuta e fonte di riconoscimento. È questo il motivo principale per il quale non esiste un'associazione di categoria dei cortisti, che molto spesso scelgono di affidarsi, per la valorizzazione dei loro lavori, a un'agenzia come il Centro del Corto. Basta tenere in mano i cataloghi degli ultimi cinque anni dei principali festival internazionali che programmano cortometraggi per rendersi conto di quanto lo scenario del corto sia fluido. I nomi che compaiono, ripetutamente, nei volumi più datati, spesso non ricorrono più in quelli più recenti, perché passati al lungometraggio o perché vittime di nuove tendenze che portano in auge altri giovanissimi autori. Cortista lo si è per poco, insomma, ed è sufficiente distrarsi un attimo per perdere di vista completamente la scena del corto nazionale e internazionale. Un secondo elemento di mutevolezza nel mondo del corto è costituito dalla precarietà della sua principale scena, quella dei festival. Se è vero che i principali festival italiani – Venezia e Torino, ma non Roma – programmano corti, è vero anche che la galassia di festival medi e piccoli che si dedicano principalmente al cortometraggio è soggetta, nella sua opera di scoperta di talenti e di sostegno delle loro opere, alle intermittenze dell'intervento finanziario pubblico. In Italia abbiamo circa duecento festival che inseriscono cortometraggi nei loro programmi. Molti di essi sono specializzati in corti, ma la maggioranza ha un impatto soltanto locale, né ambisce a parlare a un pubblico e a una stampa nazionali. La morìa e la nascita dei festival è un fenomeno ancora all'ordine del giorno, che coinvolge direttamente l'industria del cortometraggio italiano e la qualità delle opere. In Italia non esiste un festival di riferimento del cortometraggio, come accade ad esempio in Francia (Clermont-Ferrand), ma piuttosto una miriade di palcoscenici con sempre meno possibilità finanziarie. Anche nell'ambito dei festival andrebbe ripensata la strategia di intervento pubblico, valorizzando il lavoro di chi da anni cerca di essere la vetrina del corto in Italia attraverso programmi seri e di ricerca, a scapito delle decine di kermesse perlopiù estive, meritevoli agli occhi delle amministrazioni dei piccoli centri più che integrate in un vero e proprio progetto culturale e d'impresa. Il risultato di questo sistema pieno di falle è che le stagioni festivaliere sono a tutti gli effetti "occupate" da pochissimi titoli. Nel report che pubblicheremo a breve si vedrà chiaramente come la ricorrenza di pochi titoli sia estremamente generalizzata. Questo fatto, di per sé, non è né positivo né negativo, ma è facile leggerlo come una scarsa capacità (e possibilità) di scelta da parte del mondo dei festival che, sempre meno, è il mondo della scoperta del nuovo.

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Infine, come accennato sopra, il prepotente ingresso del video sharing sulla scena del corto è un elemento che contribuisce a rendere la materia che trattiamo più difficile da interpretare. In Italia, come altrove in Europa, ci troviamo di fronte a molteplici strade tracciate dalla forma breve. Quella più tradizionalmente cinematografica, che prevede che il corto sia il primo passo nella carriera di chi fa cinema; quella plasmata sulle esigenze della fruizione web, che non per forza ha ambizioni cinematografiche, e che contempla in misura minore la tradizionale circolazione festivaliera; strettamente legata a quest'ultima, quella forse spuria, ma sempre più importante, della serialità, in cui il corto diventa un anello di una collana di episodi visibili su piattaforme dedicate o sui principali canali di video sharing; aggiungiamo anche quella "di ritorno", in cui un autore che già ha realizzato dei lunghi si dedica al cortometraggio su commissione, per urgenza espressiva, o per tanti altri motivi; il video d'arte, che vive in una nicchia ben custodita dai mercanti, ma che sempre meno potrà vantare una propria autonomia, formale o tecnica, dal resto della produzione breve di carattere sperimentale (sempre più presente sul web). Il web dà nuove possibilità al cortometraggio che, più delle altre forme audiovisive, è in grado di accoglierle, chiedendogli però se non uno snaturamento, un adeguamento linguistico in cambio di una platea prima inarrivabile. Adeguamento che, va detto, non tutti i cortisti mettono in atto. Anzi, si può dire che in Italia il corto da web sia in ritardo rispetto ad altri Paesi, Stati Uniti in testa. In ogni caso, grazie al web, i numeri si ingrossano, complicando ovviamente la ricerca su di essi.
La sensazione generale di chi si occupa di corti è che stiamo vivendo una fase di passaggio. Un momento cruciale, che fa seguito ai fasti degli anni Novanta e primi Duemila, in cui si affermavano nuovi festival e nuovi autori in tutta Italia. Viviamo tempi di razionalizzazione e ripensamento in cui sarà importantissimo ripartire "dal basso" e, pertanto, anche dal corto.

Produrre, distribuire

Esattamente come nel campo del lungometraggio a soggetto o del documentario, produrre un cortometraggio è molto più facile che distribuirlo. Per quanto riguarda i corti, però, lo iato tra produzione e distribuzione è abissale al punto che, in Italia, non si può veramente parlare di "distribuzione", quanto piuttosto di "diffusione". Valutare la produzione italiana di cortometraggi in termini quantitativi prevede alcune cautele. Innanzitutto, l'essere consapevoli che in essa rientra una quota molto ampia di lavori di carattere – spesso inconsapevolmente – amatoriale o scolastico. Inoltre, ci si deve confrontare obbligatoriamente con la dimensione dell'autoproduzione. Sarebbe poco esaustivo non tenere conto, da un punto di vista economico, di tutto il lavoro e di tutte le attrezzature prestati gratuitamente per la realizzazione dei corti, come di elementi facenti parte, a tutti gli effetti, dell'industria del cortometraggio. E questo, poco ha a che vedere con la qualità dei circa mille film che vengono prodotti ogni anno in Italia. Non che non esistano forme di finanziamento pubblico al cortometraggio in Italia, ma si tratta spesso di interventi sporadici o poco strutturati. Fanno eccezione i tre bandi annuali che il MiBACT dedica ai corti, aprendo in realtà anche ai documentari, visto che la durata massima prevista per le opere è 74'. Fanno parzialmente eccezione gli interventi regionali che spesso passano attraverso le film commission ma che possono anche essere erogati direttamente dalle Regioni stesse. Chiamando in causa le film commission, va inoltre detto che molte di esse già da anni operano con supporti logistici, facilities e quant'altro possa sgravare la spesa produttiva nella realizzazione dei corti. All'intervento pubblico si affianca quello privato, spesso orientato al product placement o a specifiche campagne di comunicazione. Nell'ambito dell'intervento privato è da segnalare la presenza rilevante di almeno due settori, quello bancario e quello farmaceutico. Il primo caso non è ovviamente stupefacente, vista la situazione di liquidità in cui versa la maggior parte delle aziende italiane. Il secondo è giustificato soprattutto dalla ricerca di prodotti utilizzabili a fini di sensibilizzazione. Ci sono ovviamente delle eccezioni, e vale la pena di ricordare almeno l'ingresso in produzione di Tierra Virgen, del talentuoso Giovanni Aloi, da parte della cooperativa alimentare di prodotti biologici Alce Nero. Peraltro, fino a qualche anno fa, il settore alimentare sarebbe stato inserito a buon diritto nel novero dei principali finanziatori privati ai corti. Da segnalare, infine, l'intervento in genere non realmente strutturato, delle fondazioni bancarie, che sono una figura in qualche modo a cavallo tra privato e pubblico. Non sono pochi i corti che possono contare su un budget che può avere una provenienza pubblica o privata, ma la quota di autoproduzione che si basa sul lavoro volontario è infinitamente superiore. Considerato che il mondo del cortometraggio è costituito principalmente da giovani, sarebbe così impensabile pensare a sgravi fiscali, di portata superiore a quelli già offerti per il lungometraggio, per chi investe in corti? Il cortometraggio è, a pieno titolo, il primo capitolo del cinema del futuro. Sostenerlo significa investire nel futuro del cinema italiano.

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Come accennato, il problema del mercato del cortometraggio non è tanto legato alla fase di produzione, quanto a quella di diffusione del lavoro. I distributori specializzati in cortometraggi sono praticamente inesistenti e, il più delle volte, la presa in carico di un corto da parte di un soggetto distributivo, è limitata ai rapporti con i festival. Una volta realizzato un corto, in Italia, le strade di diffusione percorribili sono sostanzialmente tre: festival, televisioni, internet. Per quanto riguarda i festival, come abbiamo detto, l'autore e il produttore di un corto si trovano a districarsi – spesso virtuosamente – all'interno di una selva di manifestazioni che, soltanto raramente, sono portatrici di possibilità professionali. Sempre più spesso – specie se è un distributore o sales agent colui che ha in carico il film – al festival che richiede un corto di successo viene richiesta una fee. Molto variabile, molto contrattabile. In piccolo si riproduce ciò che si verifica in grande, cioè nel campo dei lunghi. È mercato anche questo, dopo tutto non così trascurabile. Il paradosso è che se a essere interessato è un festival importante, e quindi con maggiori possibilità economiche della media dei festival, è più facile che il distributore o l'avente diritto rinunci alla fee, sperando in un ritorno di carattere professionale. I festival si configurano dunque come il vero – e quasi unico – luogo di fruizione da sala del cortometraggio. La situazione, da questo punto di vista, è immobile da molti anni e non si intravedono, realisticamente, delle prospettive positive. Anche su questo fronte, il Centro del Corto sta lavorando per quantificare il reale impatto in termini di pubblico da sala che i festival del nostro Paese chiamano in causa.
Le televisioni sono invece il soggetto più titolato a essere considerato come vero e proprio operatore di mercato. Acquistano i diritti e diffondono i film su scala nazionale. Sono due le reti che acquistano corti in Italia: Mediaset, con i suoi canali Premium, e Studio Universal. Ad essi aggiungiamo la Rai, con un'azione sui corti meno strutturata e, spesso, rivolta al cortometraggio storico. Mediaset Premium acquista tra i 100 e i 140 corti internazionali ogni anno, ma pochissimi tra essi sono italiani. Si tratta comunque di una fetta di mercato importante, cui i cortisti dovrebbero guardare in modo più strategico di quanto facciano oggi.
In parziale contraddizione con la diffusione televisiva, quella sul web. Parziale perché i principali broadcaster stanno passando – troppo lentamente e poco strategicamente – su internet con piattaforme in libero accesso come Ray (www.ray.rai.it); comunque in contraddizione perché la presenza di un corto su internet in libero accesso, tipicamente su YouTube o Vimeo, ne pregiudica l'acquisto per i canali televisivi. Difficile stabilire se la presenza di un corto su YouTube leda, in termini di pubblico, a un suo passaggio televisivo. Trattandosi, perlopiù, di programmazioni estemporanee (filler), in cui raramente lo spettatore sceglie di vedere un dato film, e trattandosi quasi unicamente di titoli sconosciuti al grande pubblico, e dunque difficilmente ricercabili sul web, ci permettiamo di avanzare dei dubbi su questa strategia dei broadcaster, forse un po' troppo legata a una concezione tradizionale della televisione. In ogni caso, è chiaro quanto internet sia il principale portatore di nuove potenzialità per il cortometraggio, anche in termini economici. Da un lato c'è la possibilità della monetizzazione diretta, che riguarda ovviamente soltanto i titoli di grandissimo successo, in grado di diventare virali; dall'altro c'è, sempre grazie all'enorme e mondiale circolazione che può offrire il web, la possibilità di trasformare il corto in uno strumento per produrre realmente e solidamente i successivi progetti di giovani registi e produttori: un trampolino di lancio spesso molto più efficace di un festival, per quanto importante e internazionale. Di casi di successo è pieno un sito molto conosciuto: "Short of the Week" che, in Italia, ha in qualche modo un corrispettivo in "Good Short Films", piattaforma creata dalla distribuzione Good Films. Su corti e web c'è ancora molto da lavorare e molto da scoprire, ma una cosa è certa: la forma breve è quella più adatta al web e, nei prossimi anni, sarà il principale laboratorio audiovisivo.

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Quali prospettive?

Come sempre, quando si parla di progettazione e di strategia in Italia, si è obbligati a guardare all'estero. È un riflesso condizionato ma, il più delle volte, giustificato dalla situazione che viviamo. A volerci confrontare con il principale Paese europeo in termini di investimenti pubblici sul cinema, la Francia, c'è da gettare la spugna. I numeri francesi sono inarrivabili: nel 2013 sono stati investiti in corti circa ventitré milioni di euro, di cui dodici direttamente dal CNC. Se un investimento di denaro non è imitabile a casse (quasi) vuote, è imitabile però la strategia. In Francia esiste un percorso molto serrato che porta il giovane regista, il giovane tecnico e il giovane produttore a confrontarsi con il mondo della vera produzione, a cominciare dal cortometraggio. All'esito della produzione di un corto, in Francia si dispone di un'agenzia – l'Agence du Court-métrage – cui fa capo il grosso della produzione professionale e che distribuisce, in trecento sale affiliate, programmi di corti contemporanei e storici. La Germania, che produce ogni anno più di duemila corti – circa il doppio del numero italiano – può contare su risorse statali molto più esigue della Francia, circa tre milioni di euro, ma su un mercato, in particolare televisivo, altrettanto vivace.
Lo abbiamo detto, il modello francese è inarrivabile. Ma il punto centrale è credere, strategicamente e politicamente, che il cortometraggio sia un investimento per il futuro. Un po' come la ricerca scientifica che, spesso, non è da subito in grado di dare un riscontro monetizzabile, ma che pone le basi per sviluppi che vanno molto al di là dell'investimento sostenuto per essa. Se dovessimo indicare una strada da seguire, per quanto riguarda gli investimenti pubblici, siano essi statali o regionali, diremmo che il sostegno alla distribuzione, più che alla produzione, potrebbe essere una strada in grado di rimettere in gioco il cortometraggio, da un punto di vista prima di tutto culturale. L'idea che sia praticamente impossibile fare arrivare dei corti in sala rende l'oggetto cortometraggio un alieno all'interno della fruizione cinematografica. Per quanto riguarda il web, il corto – in forma più o meno cinematografica secondo un modello tradizionale – sarà sempre di più un elemento chiave della produzione audiovisiva, non solo giovanile. E anche su questo varrebbe la pena di attirare l'attenzione. Del MiBACT in primis, ma anche delle reti televisive.
In conclusione di questa rapida panoramica, auspichiamo che si sia fatta chiarezza su quali siano i vantaggi e gli svantaggi cui alludevamo all'inizio di occuparsi, oggi, di cortometraggio in Italia. I prossimi anni saranno determinanti per far prendere una direzione chiara e dare uno status solido alla produzione breve italiana. Anni in cui sarà essenziale per il corto – come per tutti – un lavoro di squadra a tutti i livelli.

1Cfr. Centro Nazionale del Cortometraggio, Le forme del corto, a cura di L. Furxhi, G. Stucchi, F sopiano, Alessandria 2007.

 

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