LINGUA
Report 2014
Report 2013
Report 2012
Report 2011
Report 2010
Report 2009
Report 2008
Report 2014

Prima parte - La politica istituzionale

Seconda parte - Il mercato dell'offerta

Terza parte - Le risorse del settore

Quarta parte - L'intervento pubblico

Quinta parte - Il mercato della domanda

Sesta parte - Il sistema produttivo

Settima parte - Il mercato del lavoro

Panorama internazionale

Focus

Approfondimenti

Istituzioni

Associazioni

Produzione

Testimonianze

fondazione ente dello spettacolo
tertio millennio film fest
cinematografo.it
» Report 2014
Terza parte - Le risorse del settore
Politica industriale capitali e cespiti aziendali
Capitolo 5 - Il ciclo degli investimenti
Una diffusa sindrome da overbooking di low budget

L'industria cinematografica si regge sia sulla "coltivazione" delle opere prime e seconde sia sulla "prosperità" dei progetti più impegnativi ad alta intensità di capitale, a patto che non maturino operazioni di cannibalismo nel drenaggio delle risorse economiche come invece è materialmente avvenuto per la produzione d'iniziativa italiana nel 2014. In ambito europeo la diffusa sindrome da overbooking per la crescente invasione di titoli nei listini stagionali si sta apparentemente diradando, a differenza di quanto avviene nel continente asiatico, dove l'affollamento di nuovi film cosiddetti di prima generazione continua ad aumentare di densità.
In realtà il problema si ripresenta sotto altri profili. Dietro il parziale contenimento della quantità di opere realizzate, emerge infatti un vertiginoso contingentamento della provvista finanziaria al servizio della produzione, che sospinge verso il basso il valore dei budget medi a titolo. Volendo oggi individuare una referenza principale per distinguere e raffrontare l'economia del comparto nei vari Paesi, si deve perciò guardare alla capacità di non lasciare deprimere il ciclo degli investimenti: in generale, ma ora soprattutto nei rapporti di reciprocità fra le varie classi di costo, al fine di evitare le eventuali ripercussioni sui risultati al box office in merito a spettatori e incassi.

Se il benchmark di riferimento è quello francese. Sembra esserci riuscita ad esempio la Francia, che nel 2014 ha raggiunto due risultati storici al botteghino con 208,87 milioni di ingressi (solo nel 1967 le presenze erano arrivate a 211,48 milioni e nel 2011 a 217,20 milioni) e 1.332,87 milioni di euro di introiti – record assoluto – in virtù anche di un parco sale che, pur diminuendo di qualche unità all'anno, accresce come mai in precedenza il numero di schermi: 5.663 in 2.020 impianti di proiezione, tutti digitalizzati, per un totale di 1,072 milioni di posti a sedere.
L'equilibrio della cinematografia francese deriva principalmente da quattro fattori. Il primo consiste nella formidabile dotazione delle sovvenzioni pubbliche gestite dal CNC-Centre national du cinéma et de l'image animée, che nel 2014 ha investito nella sola produzione filmica 131,92 milioni di euro più altri 271,81 milioni in quella audiovisiva, al netto delle risorse generate dalla detassazione, essendo stato appena varato soltanto in corso d'anno il primo sistema di tax credit a favore del settore. La loro incidenza sul fabbisogno delle opere d'iniziativa francese arriva a coprire il 12,86%, per un controvalore di 268,15 milioni di euro.
Il secondo fattore va ascritto alla corposa immissione di capitali stranieri, per un totale di 196,69 milioni, dei quali 150,75 sono stati destinati alle 55 co-produzioni a maggioranza estera, 45,94 nelle 51 d'iniziativa francese. Dal momento che si avvalgono del concorso di più finanziamenti, i budget delle opere realizzate in compartecipazione si collocano nella fascia alta e pertanto il loro folto novero (ben 106, ossia il 41,08% del totale di 258) genera una quota di contributo economico (39,65% del monte risorse globale, corrispondente a 394,94 milioni di euro) in grado di dare consistenza agli investimenti medi a film.
Quale terzo elemento va rilevato il diverso profilo del reference system che regola i cosiddetti "sostegni elettivi", cioè la parte di contributi pubblici ad assegnazione discrezionale, con una selezione abbastanza rigorosa delle opere prime e seconde da supportare. Nel 2014 ne sono state sostenute rispettivamente 17 e 10 – delle 60 e 35 prodotte – per un totale di 27, che risulta (quasi come si trattasse di un tacito contingentamento) il più basso di tutti gli anni Duemila.
Infine vigono norme di regolamentazione in merito alla partecipazione dei network televisivi alla produzione filmica e al pre-acquisto dei diritti di diffusione; due voci che nella provvista finanziaria 2014 hanno inciso rispettivamente per il 4,9% (39,15 milioni) e per il 29,7% (237,35 milioni), con un impatto globale pari al 34,63%, equivalenti per conversione monetaria a 276,50 milioni di euro.

La provvista d'Oltralpe? In caduta libera. Questi punti di forza pongono in secondo piano le criticità che, a dispetto di appariscenti successi, anche il cinema d'Oltralpe in verità accusa. Nonostante sostegni pubblici, capitali esteri e apporti dei network televisivi nel 2014 abbiano assicurato 743,34 milioni – ossia il 74,77% del fabbisogno totale – questa stessa provvista globale, dopo quattro regressi consecutivi, è retrocessa a 994,13 milioni di euro, fermandosi per la prima volta da venti anni a questa parte sotto la soglia di 1 miliardo. E non solo è dimagrita di un quinto in soli dodici mesi, vale a dire di 260,77 milioni di euro (-20,78%) rispetto al 2013 (quando la consistenza era pari a 1.254,90 milioni), ma addirittura di quasi un terzo (-30,91%) nei confronti del 2009, per una differenza di 444,88 milioni da quell'apice del nuovo millennio di 1.439,01 milioni. Anche l'apporto di capitali stranieri è in costante sofferenza dal 2010, quando si era issato a quota 328,88 milioni di euro. Il contributo 2014 di 194,95 milioni è peraltro il secondo più contenuto dal 2000 in poi, dopo il minimo storico di 171,20 del 2009.
L'investimento medio dei 258 lungometraggi di nazionalità francese realizzati nell'ultimo anno è risalito da parte sua a 2,80 milioni di euro contro i 2,49 del 2013, ma resta il secondo più basso del decennio, nel corso del quale non era mai sceso sotto il plafond di 3 milioni. Quello dei 203 titoli d'iniziativa francese è addirittura in graduale erosione dal 2008 e, crollando per la prima volta al di sotto del limite di 4 milioni, si è rimpicciolito di quasi il 40% (era appunto pari a 6,42 milioni nel 2008 e nel biennio più recente a 5,10 milioni nel 2012 e a 4,88 nel 2013) affermandosi come il più esiguo di tutti gli anni Duemila: 3,93 milioni di euro per le 203 opere prodotte2.
Pur collocandosi a livelli decisamente superiori rispetto a quelli italiani – d'altronde la dotazione complessiva di mezzi finanziari in Francia è più che tripla di quella generata in Italia – la segmentazione per classi di costo dei 203 film d'iniziativa francese presenta trend in frenata. Da 28 che erano nel 2009 su un totale di 182 (15,38%), i titoli inseriti nella fascia sotto il milione di euro sono diventati nell'ultima stagione 59 (29,06% di 203) mentre quelli fra 1 e 2 milioni sono diminuiti da 36 a 22. Nel range 2-4 milioni si riscontra la concentrazione maggiore, con un totale di 61 opere (dalle 45 del 2009 il quantitativo si era poi mantenuto stabile fino al 2013, quando ammontava a 47), che sta a indicare soprattutto come si siano assottigliate le presenze nei cluster d'eccellenza oltre 4 milioni di euro di budget. Ne risultano infatti altrettante 61 e dal 2000 in poi non sono mai state così poche (fino all'anno precedente erano ancora 76)3.

Inglesi ricchi, ma con i soldi degli altri. Al contrario, in casa britannica la raccolta nell'approvvigionamento finanziario complessivo, dopo un biennio di risalita, ha toccato il vertice assoluto di 1,47 milioni di sterline, corrispondenti a 2,012 miliardi di euro (nel 2013 era stata di soli 1,49 milioni di euro), al servizio però di una produzione limitata a 223 titoli, minimo storico da quando nel 1994 il BFI-British Film Institute ha cominciato a censire il settore: 100 in meno dei dodici mesi precedenti e 150 in meno rispetto a cinque anni prima. E il bilancio al box office non è risultato deludente sotto l'aspetto degli incassi con 1,45 miliardi di euro, confermandosi per la quarta volta sopra il tetto di 1,40 miliardi di ricavi, nonostante un leggero decremento del 2,30% rispetto al 2013. Si è invece rivelato meno positivo in termini di ingressi, scesi da 165,5 a 157,5 milioni (-4,83%), cosa che non accadeva da otto anni (156,6 milioni nel 2006).
Il fatto è che la provvista mostra squilibri sempre più accentuati fra la somma di origine nazionale e l'apporto di capitali esteri. La prima si è attestata a 273,97 milioni di euro (+26,58% sul 2013); la seconda – dopo l'emorragia avvenuta nel 2013 dell'afflusso di investimenti da parte degli studios statunitensi che hanno a Londra la loro seconda casa – ha superato tutti i tetti precedenti oltrepassando per la prima volta di 95 milioni di euro quota 1,60 miliardi, con un sobbalzo del 40,84% sul 2013. Al netto di 50,68 milioni di euro di origine diversa e confluiti nelle co-produzioni, l'esito di questa duplice scalata è altrettanto storico: la capacità d'investimento del cinema domestico inglese ha toccato il fondo con una quota di contribuzione al budget di produzione pari al 16,16%, mentre la disponibilità dei capitali stranieri ha ormai assunto dimensioni più che sestuple.
Una compensazione molto parziale di questo squilibrio è maturata nella destinazione degli investimenti, in virtù principalmente delle risorse (oltre 100 milioni di euro) che le consociate statunitensi con sede in Inghilterra hanno immesso nel prodotto nazionale.
La ripartizione dei costi industriali per nazionalità dei progetti indica che nei 154 film al 100% inglesi (71 in meno del 2013 e mai così pochi dal 2007) e nelle 32 co-produzioni è confluito poco più di un quarto della provvista: 515,06 milioni di euro, contro i 1.506,85 convogliati su appena 37 megaproduzioni degli studios USA (8 in meno del 2013, ma con un supporto finanziario cresciuto del 45,31%). In questo caso il rapporto fra i titoli targati UK e quelli made in USA atterra a quota 25,59%.

Sempre meno capitali privati. Ma a definire il quadro vengono in aiuto altre due coordinate di riferimento. La prima concerne gli apporti cosiddetti esterni. Secondo i primi dati disponibili (in attesa delle stime finali) le finanze pubbliche hanno erogato a favore di tutta la produzione, domestica e non, circa 370 milioni di euro, il 40% dei quali attraverso il sistema di tax credit, il 35% tramite i prelievi dalla National Lottery e il 25% con contributi di sostegno governativi (BFI Film Fund e UK Film Council) e della Regional Screen Agency. Dai fondi comunitari sono inoltre affluiti altri 170 milioni e dalle aliquote d'investimento dei network televisivi ulteriori 82 milioni, suddivisi fra 40 titoli. Si tratta di flussi che ridimensionano nella sostanza le già circoscritte assegnazioni nazionali di capitali privati. Il secondo asse di riferimento è costituito dalla segmentazione degli investimenti per classi di budget, che BFI delinea in base ai soli costi effettivamente sostenuti in Inghilterra. Quelli multimilionari di matrice americana – integrati fra l'altro da ulteriori 890,41 milioni di euro erogati direttamente dalle case madri per le scene realizzate fuori dalla Gran Bretagna – appaiono decisamente fuori target, se rapportati alla realtà europea. Su appena 16 film, con business plan superiori a 41,10 milioni di euro (30 milioni di sterline) è stato concentrato l'89,25% del totale; altri 11, inseriti nel cluster 13,70-41,09 milioni, hanno assorbito l'8,25%; su 4 della fascia 6,85-13,69 milioni è stato convogliato l'1,50%; sui rimanenti 6 dell'ultimo bacino con costi fino a 6,84 milioni è confluito il restante 1,00%.
Di converso 80 delle 154 opere domestiche (51,95%) si collocano nella classe di costo inferiore, fino a 685mila euro, e sono stati realizzati con il 5,40% della raccolta totale per una media effettiva di 236,25mila euro, mentre altre 43 (27,92%) del piano superiore, da 690mila a 2,60 milioni di euro, hanno richiesto il 16,20% della provvista, per un importo medio di 1,31 milioni. Nelle due fasce ad alto budget si collocano invece 31 titoli: su 17 (11,04%) con costi da 2,61 a 61,63 milioni di euro è stato impiegato il 20,00% del fabbisogno (la media unitaria è di 2,26 milioni di euro) e sugli ultimi 14 (9,09%; dove sono presenti le consociate delle corporates d'Oltreatlantico) con budget oltre 61,64 milioni (media reale: 146 milioni) è affluito il 58,40% dell'approvvigionamento globale di 350,68 milioni di euro, 76,71 dei quali spesi fuori dal Regno Unito.

Quante criticità dietro i punti di forza. Indipendentemente dai volumi realizzati dalle industrie cinematografiche nazionali, dietro i dati cumulativi della produzione traspare in sostanza nei diversi Paesi la depressione degli investimenti domestici e affiora la contestuale compressione dei budget verso il basso, cioè verso le classi di costo inferiori Analizzando i risultati dei box office emergono, al di là dei risultati complessivi eventualmente positivi, anche le ripercussioni di questo trend.
Nonostante le citate performance produttive e al botteghino, in Francia 139 dei 203 titoli d'iniziativa nazionale sono ad esempio usciti in meno di 20 sale e sono stati proiettati per meno di una settimana. E se le opere domestiche hanno totalizzato 26,63 milioni di spettatori più del 2013 (contro i 14,53 milioni in più di tutto il mercato), va rilevato che il guadagno è frutto quasi esclusivo (22,81 milioni di presenze) dei film classificatisi ai primi tre posti della graduatoria annuale: Qu'est-ce qu'on a fait au Bon Dieu? (2014; Non sposate le mie figlie!) di Philippe de Chauveron (12,34 milioni di ingressi), Supercondriaque (2014; Supercondriaco Ridere fa bene alla salute) di Dany Boon (5,27 milioni) e Lucy (2014; Id.) di Luc Besson (5,20).
A limitare a -2,30% la quota di decremento degli incassi in Inghilterra ha da parte sua provveduto – con un fenomeno simile a quello di Sole a catinelle di Gennaro Nunziante e Checco Zalone del 2013 in Italia – il film Paddington (2014; Id.) di Paul King, terzo assoluto al box office e primo della produzione casalinga, capace di vendere 5,01 milioni di biglietti per 47,35 milioni di euro. Per contro, degli altri 153 titoli 100% britannici, più della metà (90, pari al 58,44%) ha registrato introiti inferiori a 137mila euro.
Di Spagna e Germania, gli altri due mercati che fanno parte del gruppo definito "Big Five" della cinematografia europea, non sono disponibili dati analitici altrettanto definiti. Dai risultati complessivi raccolti dall'ICAA-Instituto de la Cinematografía y de las Artes Audiovisuales (organismo del Ministerio de Educación, Cultura y Deporte) emergono tuttavia alcuni aspetti comuni dell'industria iberica con quella francese. Nel 2014 per esempio il bilancio della frequentazione appare positivo, con una risalita degli ingressi da 77,0 a 87,4 milioni (+13,50%) e degli incassi da 507,2 a 522,5 milioni di euro (+3,01%). A fare la differenza è stata però essenzialmente un'opera – Ocho apellidos vascos [2014; Id.] di Emilio Martínez-Lázaro – in grado di richiamare 9,29 milioni di spettatori e incassare 56 milioni di euro. La produzione ha invece subito un brusco passaggio a vuoto, con soli 26 lungometraggi realizzati rispetto ai 76 del 2013, e un crollo degli investimenti nazionali (e del budget medio a film) pari al 50%, compensato in parte dalla crescita esponenziale delle co-produzioni, diventate 100 dalle 68 di dodici mesi prima.
In Germania viceversa, secondo i primi consuntivi di FFA-Filmförderungsanstalt (ente federale a sostegno del cinema) e di SPIO-Spitzenorganisation der Filmwirtschaft (l'associazione delle imprese cinematografiche), per il secondo anno consecutivo sono diminuiti sia gli spettatori sia gli incassi. I primi da 135,2 milioni del 2012 sono scesi prima a 129,7 e poi, con un ulteriore calo del 5,39%, a 122,7 milioni; i secondi sono tornati dopo due anni sotto la soglia del miliardo: 979,71 milioni contro 1,023 miliardi del 2012 (-4,23%) e 1,033 del 2012. Nel contempo la produzione ha accusato due slittamenti in successione, con i film d'iniziativa tedesca passati da 118 prima a 107 e poi a 106, contestualmente a un graduale contenimento dei fondi pubblici, già fissato peraltro anche per il 2015.

2Per completezza d’informazione si riporta di seguito la serie storica degli investimenti medi dei film d’iniziativa francese dal 2004 al 2014, indicando fra parentesi il numero dei titoli prodotti. 2004 (167): 5,34 milioni di euro; 2005 (187): 5,31; 2006 (164): 5,27; 2007 (185): 5,42; 2008 (196): 6,42; 2009 (182): 5,09; 2010 (203): 5,48; 2011 (207): 5,45; 2012 (209): 5,10; 2013 (209): 4,88; 2014 (203): 3,93 milioni di euro.
3In merito alle opere prodotte con budget superiori a 4 milioni di euro, queste sono le cifre del decennio precedente: 76 nel 2013; 80 sia nel 2012 sia nel 2011; 90 nel 2010; 73 nel 2009; 88 nel 2008; 78 nel 2007; 74 nel 2006; 67 nel 2005; 82 nel 2004.

 

Copyright © Fondazione Ente dello Spettacolo / P.Iva 09273491002 - Soluzioni software e Ideazione grafica a cura di