LINGUA
Report 2014
Report 2013
Report 2012
Report 2011
Report 2010
Report 2009
Report 2008
Report 2014

Prima parte - La politica istituzionale

Seconda parte - Il mercato dell'offerta

Terza parte - Le risorse del settore

Quarta parte - L'intervento pubblico

Quinta parte - Il mercato della domanda

Sesta parte - Il sistema produttivo

Settima parte - Il mercato del lavoro

Panorama internazionale

Focus

Approfondimenti

Istituzioni

Associazioni

Produzione

Testimonianze

fondazione ente dello spettacolo
tertio millennio film fest
cinematografo.it
» Report 2014
Terza parte - Le risorse del settore
Politica industriale capitali e cespiti aziendali
Capitolo 6 - Il flusso e l'impiego di capitali

E' cosa risaputa che quando gli addetti ai lavori si trovano a valutare, in convegni, interviste o dibattiti, la situazione del cinema italiano, si arriva sempre a un certo punto a citare quale elemento di confronto lo scenario – preferibilmente – del comparto francese o, in second'ordine, di quello inglese. Più che sul piano artistico, i principali fattori di riferimento convergono sull'assetto istituzionale e sull'ordinamento normativo che regolano l'attività nei due Paesi (la Francia fra l'altro è l'unico Stato al mondo ad aver affiancato nel luglio 2009 uno specifico codice – il Code du cinéma et de l'image animée – a quelli tradizionali di diritto civile, amministrativo, penale ecc. in vigore in ogni nazione). Il cuore di questi raffronti è il portato che deriva dalla diversa conformazione del sistema cinema e dei suoi apparati organizzativi. Perché sono le configurazioni dei dispositivi che generano, soprattutto nella cinematografia europea, contesti economici e imprenditoriali differenti. La prima elementare base d'osservazione deriva dai livelli di risorse finanziarie destinate agli investimenti. Non solo e non tanto per le dimensioni della disponibilità di capitali, quanto per il rapporto proporzionale che si registra fra la raccolta investita annualmente nella nuova produzione e i ricavi ottenuti sul mercato primario di distribuzione, quello delle sale, che dovrebbe alimentare in prima istanza i flussi economici del settore. In Francia e Inghilterra il fabbisogno per la realizzazione annuale dei film supera in media di almeno due volte, e spesso anche di tre, il totale degli incassi al box office. In Italia, a parte l'eccezione del 2010 (2,1 volte), la provvista oscilla attorno al quoziente di 1,5 (il rilievo è comune agli altri due principali comparti del continente, Spagna e Germania, per i quali non vengono però elaborati dati analitici sugli standard e sulle fonti d'investimento). Difforme è tuttavia la risposta del pubblico di fronte all'offerta dei film d'iniziativa nazionale: in Francia il numero di spettatori supera abbondantemente quello registrato in Italia, che a sua volta distanzia nettamente il totale di ingressi riscontrato in Gran Bretagna. Ciò nonostante i volumi di produzione – che nel 2010 collocavano in una scala da tre a uno quelli degli operatori inglesi, poi francesi e infine italiani – si stanno nel tempo uniformando (tavola 1). Le stesse quote di mercato delle opere definibili domestiche appaiono disallineate rispetto al dispiego di risorse per investimenti (tavola 2).

cap06-01

cap06-02

Negli ultimi cinque anni in Italia l'incidenza del prodotto nazionale è oscillata fra il 25,20% del 2012 al 35,64% del 2011 e nel 2014 si è attestata al 27,19%. In Francia è sempre stata superiore al 31% e nell'ultimo anno è risalita fino al 43,08% (il record rimane ancorato al 45,30% del 2008). Nel Regno Unito le statistiche accreditano percentuali comprese fra il 35,72% del 2011 e il 22,15% del 2013, con un risultato per il 2014 pari al 26,31%; ma se si separa la produzione cosiddetta studio-backed (targata UK, ma materialmente finanziata e realizzata dalle majors statunitensi) ai titoli di casa resta assegnata una parte molto più contenuta, dal 5,46% del 2010 fino al 16,10% del 2014. Non va comunque dimenticato che alle società di produzione arriva solo una parte degli incassi registrati al box office, che al netto delle imposizioni fiscali (il prelievo IVA, l'Imposta sul valore aggiunto, è fissato al 10%) vengono ripartiti fra i gestori dell'esercizio e le società di distribuzione, in ordini di grandezza che si avvicinano rispettivamente al 50% e al 40%1.
La quota destinata alle case di produzione viene ristornata dalle distribuzioni e nei casi in cui queste aziende si assumono tutti i costi di digitalizzazione delle copie in DVD e gli oneri complessivi di diffusione e promozione, può essere valutata per approssimazione intorno alla metà dei loro proventi derivanti dal botteghino e quindi corrispondente in una certa misura al 20% dei ricavi globali delle sale.
In considerazione della "base finanziaria" in dotazione sembra corretta una lettura dei dati in termini positivi per l'industria italiana, che dal "basso" delle risorse disponibili riesce a estrarre comunque risultanze inversamente proporzionali. Complice con tutta probabilità la congiuntura recessiva di tutta l'economia, il mercato del cinema italiano ha ridotto le distanze economiche che lo separavano da quello inglese, mentre rispetto a quello francese ha migliorato le posizioni "a monte" (investimenti e produzione) e non ancora "a valle" (incassi e ingressi; ma il 2014 è stato un anno particolarmente fortunato al botteghino transalpino). Anche questi progressi riguardanti il ciclo degli investimenti suonano comunque a conferma della flessibilità e della resilienza strutturale di fondo che negli ultimi sette anni – come si è già avuto modo di riscontrare attraverso le precedenti edizioni di questo Rapporto – hanno consentito al comparto italiano di conservare la vitalità necessaria a competere con le altre maggiori cinematografie europee (tavola 3).

cap06-03

1Il prelievo IVA fissato al 10% dal Decreto Legge numero 60 del 26 febbraio 1999 e in vigore dal 1° gennaio 2000 è soggetto a riduzioni di molteplice natura, secondo la nazionalità, la tipologia (lungometraggi, d'animazione, film d'essai o d'autore, opere prime e seconde, documentari, cortometraggi) e la percentuale stagionale di programmazione dei vari titoli proiettati. In base a queste varie caratteristiche di attività, oltre che alle diverse dimensioni e strutture dei complessi gestiti e all'origine degli incassi (ingressi, guardaroba, servizi accessori o di caffetteria-ristorazione), vengono inoltre concessi in merito all'esazione dell'IVA crediti d'imposta secondo svariate percentuali di entità e modularità (circolare del Ministero delle Finanze numero 165 del 7 settembre 2000; norme di indirizzo "Attività di spettacolo e di intrattenimento" dei Servizi erariali della SIAE-Società Italiana degli Autori ed Editori). In Francia l'imposta IVA (denominata TVA-Taxe sur la valeur ajoutée) è fissata dal gennaio 2014 al tasso ridotto del 5,5% (prima corrispondeva al 7%) e si somma alla TSA (Taxe spéciale additionnelle, che alimenta i fondi di sostegno gestiti dal CNCCentre national du cinéma et de l'image animée) pari al 10,72% (Bilan du CNC, edizione 2014).

 

Copyright © Fondazione Ente dello Spettacolo / P.Iva 09273491002 - Soluzioni software e Ideazione grafica a cura di