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Report 2014
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Report 2014

Prima parte - La politica istituzionale

Seconda parte - Il mercato dell'offerta

Terza parte - Le risorse del settore

Quarta parte - L'intervento pubblico

Quinta parte - Il mercato della domanda

Sesta parte - Il sistema produttivo

Settima parte - Il mercato del lavoro

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Terza parte - Le risorse del settore
Politica industriale capitali e cespiti aziendali
Capitolo 6 - Il flusso e l'impiego di capitali
Cosa vuol dire investire più di quanto si incassa

Al di là di questa sostanziale osservazione, i valori assoluti e in particolare le variazioni percentuali relative a incassi, ingressi e dimensioni della produzione sembrano confermare come nel periodo più recente vada allentandosi una certa correlazione fra i ricavi ottenuti nell'anno e gli investimenti effettuati in quello successivo, così come fra capitali impiegati e volumi di realizzazione di nuove opere.
Da un lato perché negli ultimi anni i risultati al box office risultano influenzati sempre più spesso da un unico film o dalla contemporanea presenza di due-tre titoli di richiamo, capaci di trascinare l'intero listino, come testimoniano i casi già ricordati di Sole a catinelle in Italia nel 2013, del film live action Paddington in Inghilterra e della terna comédie dramatique Non sposate le mie figlie!, Supercondriaco Ridere fa bene alla salute e Lucy in Francia l'anno scorso. Dall'altra parte perché sovente gli esiti positivi o negativi di una stagione non si riflettono direttamente e a breve termine sui progetti varati in quella immediatamente successiva, mentre vengono spalmati sul medio periodo.

La produttività? Una variabile indipendente. Disomogenee si rivelano allo stesso modo le curve di produttività – in termini di film immessi sul mercato nel quinquennio nei tre Paesi – e di ricorso ai capitali di rischio. A dispetto di investimenti costanti o decisamente in calo nell'ultimo biennio, le opere realizzate in Italia dal 2010 al 2014 sono in continuo aumento. In Francia invece il numero di progetti resta pressoché uniforme, indipendentemente dal volume di risorse impiegate (in caduta libera negli ultimi dodici mesi). In Inghilterra viceversa il fabbisogno finanziario tende a crescere, in chiara contrapposizione ai volumi di attività. Si tratta di elementi di una discontinuità che è nota a chi opera nel settore cinematografico. Fra questi si potrebbe annoverare anche l'incremento esponenziale delle opere a basso costo nella produzione italiana, che viene avvertito come un processo del tutto autoctono. Invece il fenomeno sembra paradossalmente accomunare – proprio nella costanza della sua crescita – anche gli altri grandi mercati europei del sistema cinema (tavola 4).

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La sensazione più diffusa è che il loro aumento in proiezione quasi geometrica contribuisca a ridurre sia la capacità di spesa complessiva del comparto – e in particolare della quota dedicata ai progetti di maggiore impegno (e a più alto fabbisogno di investimenti) – sia la risposta del pubblico in termini di box office (tavola 5).

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Quanto pesano i low budget. Le rilevazioni non sono del tutto uniformi, dal momento che le prime tre fasce di costo si fermano in Italia a 1,5 milioni di euro, in Francia a 2 milioni, mentre in Inghilterra le due inferiori a 1,37 milioni (1 milione di sterline). Ma sembrano fornire ugualmente indicazioni significative.
Sotto il profilo delle risorse al servizio dei budget emerge ad esempio il minore impatto delle opere a basso costo francesi, in linea con l'inferiore incidenza del loro numero sulla produzione complessiva, in virtù principalmente del bacino più contenuto dei film realizzati con meno di 1 milione di euro (la loro quota corrisponde a quasi la metà degli omologhi cluster italiani e inglesi) e soprattutto degli investimenti ben più consistenti fatti convergere sui titoli a cosiddetto expensive budget. La crescita della produzione low cost appare in ogni caso indubbia in Italia e Gran Bretagna, con una quota di titoli arrivata a superare il 70%.
Sul piano dell'andamento in sede di box office, si denota invece per prima cosa il posizionamento pressoché identico delle quote dei film a scarsa resa che è andato maturando rispetto al totale dei titoli proiettati nelle sale. Nei tre Paesi, più di otto film su dieci sembrano raccogliere al botteghino frutti esigui. Forse con esiti non del tutto negativi, dal momento che le entrate generate dal circuito dell'esercizio rappresentano solo una parte dei proventi attesi lungo il ciclo di vita dei prodotti, raccolti, oltre con la circolazione nei circuiti dell'esercizio di altri Paesi, attraverso i vari canali di distribuzione e device di diffusione (il rapporto teorico formulato nei modelli gestionali dell'entertainment è solitamente di un euro contro due dell'extra sala).
Tuttavia è ragionevole pensare che siano in misura molto ampia di segno negativo, in quanto proprio la prima uscita sul grande schermo vale a determinarne quasi sempre la circolazione e il destino sui mercati secondari. Inoltre, se è vero che nelle rilevazioni statistiche la media reale di costo delle opere si mantiene a debita distanza dai tetti che delimitano le relative fasce (per quanto riguarda i range di classificazione più bassi si arresta in genere al di sotto della metà del loro confine superiore, e in Italia fra i progetti con business plan inferiori a 800mila euro è del 35% l'incidenza di quelli realizzati con meno di 200mila euro), è altrettanto certo in effetti che lo stesso avviene sul fronte dei ricavi, dove l'incasso medio è sempre inferiore al plafond delle rispettive classi. Generalmente supera solo del 20%-30% il limite inferiore2.

Ma i low box office sono molti di più, soprattutto in Francia. Qualche scostamento emerge semmai nell'incidenza sul totale degli incassi dei film d'iniziativa nazionale; totale corrispondente a quote di mercato molto inferiori in Gran Bretagna e più contenute in Italia rispetto a quelle realizzate in Francia. Le quote peraltro sono rapportate, come visto, a volumi monetari complessivi di caratura diversa. Uno spaccato del trend relativo al film italiano è fornito dal rapporto annuale Tutti i numeri del cinema italiano sull'attività cinematografica nel Paese, elaborato dall'unità di studi congiunta della Direzione Generale Cinema del MiBACT e dell'ANICA, che oltre a presentare il prospetto di stima sul valore delle diverse fonti di copertura del fabbisogno finanziario, offre una comparazione fra costi e incassi di 114 titoli d'iniziativa italiana.
Riguardo 16 opere con budget superiore a 2,5 milioni di euro e che hanno ricevuto un contributo di interesse culturale medio di 600mila euro in ambito FUS, sono stati rilevati introiti al botteghino mediamente per 2.444,8mila euro, pari al 57,48% del loro costo unitario di 4.253,3mila euro. In merito a 18 opere prime e seconde riconosciute di interesse culturale (con una contribuzione media capitaria 225mila euro) e con budget compresi fra 800mila e 2,5 milioni di euro sono stati riscontrati al box office ricavi medi di 406,6mila euro, corrispondenti al 28,28% del costo medio di 1.437,7mila euro. Altri 83 lungometraggi prodotti senza alcun contributo diretto a valere sui fondi FUS, appartenenti a tutte le fasce di budget, hanno invece incassato unitariamente 1.163,0mila euro, ossia il 74,20% dei 1.567,4mila euro investiti in media per la loro realizzazione.
Al di là della natura cumulativa di questi dati, il novero in valori assoluti dei titoli meno gratificati dal pubblico in sala vale in ogni caso a rimarcare come in Italia e in Francia la categoria "low box office" comprenda, a differenza di quanto accade in Gran Bretagna, un numero estremamente più elevato di quelli (ancorché non necessariamente coincidenti) appartenenti al gruppo dei low budget. Per quelli francesi si tratta di un autentico raddoppio. Questi raffronti sembrano sufficienti ad avvalorare due punti di vista complementari sullo stato del cinema italiano. Il primo concerne l'efficienza del suo apparato industriale. In rapporto alla dotazione di risorse economiche fin qui disponibili, la sua capacità produttiva risulta ad esempio sostanzialmente in linea con quella dei mercati europei più maturi, anche nella conformità di alcune tendenze (come nel caso dell'espansione dei titoli a basso costo) che si stanno sviluppando. È semmai sul piano dei risultati – secondo la loro curva tendenziale – che viene pagato qualche prezzo, in contrapposizione proprio alle potenzialità della società industriale e della comunità professionale che configurano la cinematografia nazionale e sempre in debita proporzione rispetto al bacino di raccolta finanziaria espresso dal mercato.

2In Gran Bretagna la media dei costi industriali dei progetti d'iniziativa nazionale realizzati con meno di 675mila euro è pari a 191,7mila euro. Il 34,8% dei titoli è stato inoltre proiettato in meno di 10 sale e il 30,1% in meno di 50. In Francia 139 opere sono state programmate in meno di 20 sale.

 

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