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Report 2014

Prima parte - La politica istituzionale

Seconda parte - Il mercato dell'offerta

Terza parte - Le risorse del settore

Quarta parte - L'intervento pubblico

Quinta parte - Il mercato della domanda

Sesta parte - Il sistema produttivo

Settima parte - Il mercato del lavoro

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Terza parte - Le risorse del settore
Politica industriale capitali e cespiti aziendali
Capitolo 6 - Il flusso e l'impiego di capitali
Una catena del valore con tre anelli in tensione

Se si considera che nel comparto italiano i dati riferibili a struttura, dimensione, tipologia, fattori gestionali e composizione per segmenti della rete di imprese sono estremamente simili a quelli dei comparti francese, inglese (al netto degli insediamenti statunitensi), spagnolo e tedesco – come se si fossero conformati su una base a denominatore unico – si ricava la percezione che all'origine di un'evoluzione diventata per la produzione italiana più faticosa e di rendimento meno continuo sussista effettivamente un deficit di sistema. Vale a dire la mancanza di un adeguato apporto da parte di una o più fonti di alimentazione del suo ciclo produttivo.
Gli anelli della catena del valore sotto tensione appaiono essenzialmente tre e coincidono con le principali voci – a prescindere dai capitali privati societari (che ne rappresentano una variabile dipendente) – dell'approvvigionamento di risorse destinate agli investimenti. Nel raffronto fra la composizione dei conferimenti finanziari in Italia e quella in Francia e Gran Bretagna, i volumi di provvista espressi in percentuale hanno la funzione di ponderare le diverse dimensioni del fabbisogno globale, ma non possono rappresentare nel merito determinate caratteristiche di questa raccolta (tavola 6).

cap06-06

Dallo Stato ai network TV. Per quanto riguarda i supporti statali, la quota inglese riveste ad esempio proporzioni multiple rispetto a quelle italiane e francesi, grazie ai prelievi automatici sulla vendita dei tagliandi della National Lottery. Se si valutano però, insieme ai supporti statali, anche le contribuzioni delle emittenti televisive – regolate da norme nazionali e in Francia e Inghilterra oltretutto gestite e coordinate centralmente da CNC e BFI – la loro incidenza si ridimensiona, tanto che l'apporto cumulativo Stato-TV assume contorni più equilibrati fra i tre Paesi (con oscillazioni reciproche comprese negli anni fra il 3% e al massimo il 7%). Resta in ogni caso in un ambito di maggiore incertezza il grado di partecipazione delle reti TV italiane al finanziamento del comparto cinematografico.
Le perplessità si legano alla facoltà dei nostri network televisivi, unici in ambito europeo oltre a quelli spagnoli, di assumere la produzione diretta di opere filmiche coprendo così una parte significativa delle quote che secondo le norme nazionali regolano – nel quadro comunitario d'indirizzo del settore audiovisivo – le contribuzioni del sistema televisivo (sotto forma di co-produzione, compartecipazione finanziaria e pre-acquisto dei diritti di vendita e trasmissione) allo sviluppo del comparto cinematografico. A differenza di quanto avvenuto in Francia e Inghilterra, la partnership televisiva in Italia, correlata ai ricavi complessivi dei gruppi TV, è da tre anni in sensibile riduzione a causa dei cali di fatturato, in ragione soprattutto della flessione delle entrate pubblicitarie, e questo graduale rientro dall'impegno economico si riflette anche sul circuito distributivo, essendo diminuito l'investimento complessivo nella distribuzione delle opere da parte delle emittenti che le hanno prodotte. Né va d'altro canto dimenticato che i contratti di pre-acquisto dei diritti vengono spesso scontati in anticipo, al servizio delle operazioni cosiddette di credit discounting avviate dalle case di produzione con istituti di credito e società finanziarie del sistema bancario.

Tutte le funzioni del credito d'imposta. Secondo importante versante sul fronte della raccolta di finanziamenti è il ricorso allo strumento del credito d'imposta. Strettamente correlato alle politiche e agli interventi di sostegno statale al cinema, presenta profili di rilevanza sempre maggiore in quanto registra da parte dei governi europei una serie di interventi – praticamente in clima di competizione – tesi a migliorarne e aumentarne la portata. Data l'imponente presenza di operatori stranieri nella cinematografia inglese, in Gran Bretagna il credito d'imposta, oltre che per la produzione cosiddetta inward investment, dominata dalle majors statunitensi con poche decine di blockbuster, su cui converge in media un afflusso annuale di almeno 1,5 miliardi di euro di capitali3, rappresenta un volano fondamentale per la produzione domestica, al punto da incidere per quasi il 50% sul totale della provvista, trainando gli apporti delle società con base in Inghilterra (16,69% nel 2014) e di quelle estere (30,10%).
È l'adozione di questa forma di supporto indiretto ad aver reso ancora sostenibile il livello – seppur discendente negli ultimi tre anni – del fabbisogno finanziario del cinema italiano, fino a procurargli nel 2014 più di 67 milioni di euro su iniziativa di investitori che operano all'esterno del comparto, oltre ad agevolare il conferimento di altri 32 milioni da parte delle imprese di produzione per la realizzazione di nuovi progetti. Su questo terreno gli operatori cinematografici italiani attestano un posizionamento migliore di quello dei colleghi francesi. L'apporto esterno corrisponde infatti al 24,82% dei capitali privati italiani del 2014, contro il 3,90% (31,16 milioni di euro) veicolato in regime di tax shelter (le aliquote di detassazione fiscale sono comprese fra il 30% e il 36%) dalle società denominate SOFICA-Sociétés de financement de l'industrie cinématographique et de l'audiovisuel, autorizzate a operare dall'agenzia nazionale CNC che per il 2015 ne ha abilitate 12 contro le 10 del 2014. L'accesso al credito d'imposta per le case di produzione in Italia ha invece inciso sulla provvista totale per il 12,30% nel 2013 e il 12,01% nel 2014, equivalenti a 31,7 e 32,4 milioni di euro, mentre in Francia il loro peso si è fermato rispettivamente al 4,14% e al 6,57%, corrispondenti tuttavia in valori assoluti a 42,2 e 52,5 milioni di euro.

Sono i capitali stranieri a fare la differenza. Il terzo importante capitolo di spesa si riferisce alle risorse estere. Se il loro ruolo in Inghilterra appare per dimensioni e caratteristiche difficilmente comparabile, quello ricoperto in Francia rimane un punto di riferimento significativo. Nel 2009 i capitali stranieri erano ammontati a 102,95 milioni di euro, toccando l'incidenza minima dell'11,11%, e il monte risorse francese era tornato a scendere come nel 2006 sotto la quota di 1 miliardo di euro. Poi negli anni successivi il loro apporto aveva ripreso a salire, riportando il valore della provvista globale a sette cifre. Dopo aver raggiunto nel 2013 la punta di 225,45 milioni con la massima quota-parte del 22,10%, gli apporti dall'estero nel 2014 sono però implosi, ripiombando a 96,67 milioni, corrispondenti al 12,10%, e di nuovo la raccolta globale – già di per sé in sofferenza per le ripercussioni della difficile congiuntura economica – è ridiscesa sotto il miliardo, accusando un'emorragia di 221,0 milioni di euro.
A questo saliscendi di assegnazioni possono essere fatte risalire quasi tutte le motivazioni che hanno portato l'Assemblea Nazionale ad approvare nel dicembre scorso, su pressioni del CNC (con un'opinione pubblica mai così divisa su questioni riguardanti il cinema di casa), il rafforzamento del tax credit per le spese di produzione dal 20% al 30%. Ma soprattutto vi si rispecchia il grado di apertura internazionale che ha accompagnato la crescita della cinematografia francese e il contributo sostanziale che questo respiro – favorito dalla forte regia del sistema pubblico e dalla sua stabilità d'intervento e di sostegno – può dare al comparto, per alimentarne la consistenza delle risorse e favorendolo in misura essenziale nel dare corpo ai progetti4.

3In linea con la politica monetaria del Paese, oltre che con le strategie d'indirizzo e la struttura stessa della sua industria, il settore audiovisivo inglese non opera alcuna distinzione in base all'origine dei capitali d'investimento. Lo stesso BFI-British Film Institute, la maggiore istituzione cinematografica d'Inghilterra (una charity fondata secondo il Royal Charter, ossia su diretto mandato reale), riscontra nei suoi periodici rapporti (fra cui lo Statistical Yearbook) solo la destinazione delle risorse. Ne viene quantificato ad esempio l'impiego sul territorio nazionale – e a tutti questi finanziamenti viene fatto corrispondere il value of UK spend, ossia tutto l'apporto qualificato di matrice britannica – piuttosto che all'estero. Sempre in base al loro punto d'approdo in sede di produzione, i conferimenti economici sono poi classificati secondo una duplice attribuzione. Da un lato, in merito all'edizione dei titoli, figura la suddivisione adottata anche dall'EAO, l'European Audiovisual Observatory, fra inward investment (a prevalente finanziamento statunitense), domestic UK (100% nazionali) e co-production (maggioritarie e minoritarie). Dall'altro, ne viene operata una seconda in base alla effettiva responsabilità realizzativa, distinguendo fra UK-USA studio films, UK independent films e non UK films. Le due ripartizioni non sono però coincidenti: alcuni dei cosiddetti UK-USA studio-backed («dove le principali decisioni di produzione non sono affatto nazionali», come annota il CNC francese nel suo survey sul cinema internazionale) vedono la compartecipazione – seppure minoritaria – di operatori britannici e compaiono anche (18 su 37 nel 2014) fra gli UK independent (indipendenti nel senso di non-USA) virtualmente d'iniziativa inglese, alla stessa stregua di molte (9 su 16) co-produzioni minoritarie. La produzione nel 2014 di 223 features, formalmente di nazionalità britannica, ha comportato investimenti per 3,071 miliardi di euro (2.241,8 milioni di sterline). Il 65,79% di queste risorse – pari a 2,020 miliardi di euro – è stato impiegato sul territorio e corrisponde al virtuale apporto britannico (value of UK spend). Poco più di 1,696 miliardi sono confluiti nei 37 inward investment; 273,9 milioni nei 154 domestic UK; quasi 50,7 milioni nelle 32 co-production. In base alla virtuale territorialità realizzativa, la provvista totale risulta invece suddivisa fra i 19 UK-USA studio films per così dire non autoctoni, per un importo di 1,505 miliardi (con 79,21 milioni di euro di budget medio per quanto riguarda il solo impiego nel Regno Unito), 202 independent con un apporto di 505,5 milioni (190,5 dei quali imputabili ai 18 UK-USA studio-backed che vedono produttori inglesi associati alle compagnie americane, con budget medi pari a 10,58 milioni) e 2 non UK films per 9,6 milioni.
4A sostegno del piano di rafforzamento del credito d'imposta, il CNC-Centre national du cinéma et de l'image animée nell'autunno 2014 ha diffuso per la prima volta dopo dieci anni i dati del Ministero delle Finanze e dei Conti pubblici e di quello dell'Economia dell'Industria e dell'Informatizzazione relativi alle operazioni di tax credit accordate nel settore audiovisivo.

 

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